Fabrizio De André – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Ho-fatto-un-sogno-Reinterpretazione-orchestrale-di-Fabrizio-De-Andre_h_partb

Playlist di brani selezionati di Fabrizio De André

Fabrizio De André è stato forse il maggior modello cantautorale della seconda metà del ‘900 italiano. Capace di dimostrarsi innovatore ed audace prosecutore della tradizione allo stesso tempo, ingegnoso maestro della parole ed audace narratore di favole decadenti, ha creato intorno a sé un culto che lo ha fatto entrare anche nella storia del costume. Come raramente capita, però, tale fama è seguita anche da un importante spessore artistico, soprattutto in un piccolo numero di opere particolarmente riuscite, che porta a considerarlo un po’ un Cohen più sanguigno e ruvido, ma non meno poetico.

Il primo album, Volume 1 (1967), non dimostrò tutte le capacità del cantautore che si dimostrò ancora acerbo in certe scelte e soprattutto troppo attaccato ad una forma cantautorale tradizionale. Ciononostante, brani come Via del Campo e Bocca di Rosa fecero da apripista alla sua stagione migliore.

Tutti Morimmo A Stento (1968) si rivelò un’opera sorprendentemente superiore. Si tratta di un concept album dove De André narra vicende di disadattati, alienati della società, di miserie e di povertà: una sorta di tetro e fosco affresco dell’Italia che molti volevano nascondere. Dal commovente e straziante Cantico Dei Drogati che apre l’opera, ispirato ad una poesia di Riccardo Mannerini, si passa alla fiabesca Leggenda Di Natale e si giunge, in un climax espressivo al capolavoro dell’album ed al brano che meglio riassume questo viaggio infernale: La Ballata Degli Impiccati, forte di un testo fra i più maturi, espressivi e toccanti di tutto il canzoniere italiano, si muove sulle note della chitarra acustica che rende desolante l’atmosfera assieme al tono spettrale con il quale De André intona sia il testo che il rabbrividevole vocalizzo che separa le strofe. La Ballata Degli Impiccati è anche sintomatica della volontà dell’autore di elevare ad eroi coloro che vengono esclusi ed accusati dalla società e dal sentire comune, analizzandone il dolore e la sofferenza quando tutto il resto sembra essersi dimenticati di loro. Di più, gli impiccati hanno con De Andrè anche la capacità di superare la morte con il loro rancore e le loro maledizioni, assurgendo così ad un ruolo quasi sovrumano e rendendo l’escluso pregno di una dignità poetica altrimenti impensabile. Inverno torna ad una forma più canonica, ma non rinuncia a forti orchestrazioni che richiamano certo Rock Progressivo mentre Girotondo è una filastrocca pervasa da alcune schegge di sottili ironie e sarcasmi sulle speranze e sulle uguaglianze degli uomini dinanzi alla morte. Il Recitativo invece riparte dalle atmosfere della Ballata Degli Impiccati ma sviluppandosi cresce fino a sciogliersi nelle finalmente rilassate e più solari atmosfere del conclusivo Corale.

Con quest’opera De André entra di diritto nella storia della musica italiana della seconda metà del ‘900, avvicinandosi alle eccellenze americane ed inglesi sue contemporanee.

Volume 3 (1968) ritorna, purtroppo, ad una forma più canonica ed abbandona il concept album, recuperando inoltre alcuni brani scritti prima del 1967. Spiccano su tutti brani come malinconica e dolcissima La canzone di Marinella , l’amara e rassegnata Amore che vieni, amore che vai, e soprattutto il manifesto contro la belligeranza de La guerra di Piero, uno dei suoi classici. Nonostante questi episodi, però, l’album è di fatto un’opera minore rispetto alla precedente e rappresenta quasi una pausa nell’evoluzione artistica del cantautore Genovese.

Un’altra delle sue opere maggiori verrà pubblicata nel 1970 col nome di La Buona Novella. Prendendo l’ispirazione dai vangeli apocrifi De André crea un quadro della venuta del Salvatore sulla terra, un nuovo concept album sulla religione cristiana che regala alcuni dei suoi numeri più riusciti e che apre la sua musica a nuove ispirazioni. Il Ritorno Di Giuseppe si apre su echi arabeggianti e minacciosi tribalismi mentre molto spesso sono evidenti i richiami ai canti religiosi tipici della religione cristiana. Maria Nella Bottega Del Falegname ritorna alle fascinazioni Prog Rock, con più maturità ma è forse Il Testamento Di Tito il vero capolavoro dell’opera, una preghiera che analizza i Comandamenti da una visione laica che conserva alcuni versi particolarmente forti e sanguigni (“Facile per noi ladroni entrare nei templi che rigurgitan salmi/di schiavi e dei loro padroni/senza finire legati agli altari/sgozzati come animali.” )

Il successivo Non al denaro, non all’amore né al cielo (1971) vedrà i New Trolls a suonare le musiche mentre i contenuti saranno ispirati alla Antologia di Spoon River. I brani, seppure in qualche modo legati da un filo rosso ed apprezzabili solo nel loro complesso, trovano in Un Giudice ed Un Matto due episodi migliori. Nonostante le strutture musicali relativamente elaborate, però, non tutta l’opera si rivela interessante e si è portati a considerare quest’album come un concept “minore”.

Un altro tassello importante sarà Storia Di Un Impiegato (1973) che, ancora una volta in forma di concept album, critica il terrorismo degli anni ’70 ed il conformismo borghese. La più aspra e riuscita canzone del lotto è l’invettiva de Il Bombarolo e la successiva e collegata Verranno a chiederti del nostro amore. L’intera vicenda è comunque un unico racconto che è apprezzabile solo nella sua completezza. De André consegna così la sua opera più politicizzata ed impegnata, segnando la scena cantautorale e promuovendo un impegno sociale ammirevole.

Canzoni (1973) si presentò come un lavoro minore, un omaggio a Dylan, Cohen e Brassens. Raccoglie inoltre alcuni brani già inclusi in un’antologia del 1967 ma riarrangiati tra cui vale la pena di ricordare La canzone dell’amore perduto.

Volume VIII (1974) presentava ancora alcuni omaggi e brani minori scritti anche con l’ausilio di Francesco De Gregori ma trova un altro dei passaggi fondamentali della sua opera con Amico Fragile, un lungo e tormentato brano sull’inconsistenza dell’alta società e dell’incapacità di vedere qualcosa oltre il divertimento fine a se stesso.

Rimini (1978) è di fatto la sua opera meno interessante, frutto di un periodo di delusioni politiche. Il periodo di crisi si protrasse anche con il successivo album omonimo, meglio conosciuto come L’Indiano (1981), che contiene solamente Se ti tagliassero a pezzetti.

Con il successivo Creuza De Ma (1982) De André torna alle opere maggiori, componendo di fatto il suo capolavoro. L’opera in questione è un affascinante album cantato in antico dialetto genovese che trasmette tutta l’atmosfera delle stradine genovesi e che rappresenta un esperimento di etno-musica ante litteram specialmente nel panorama italiano, sempre avaro di opere che abbiano il coraggio di abbracciare le avanguardie. La title-track apre l’album immergendosi immediatamente nei vicoletti del capoluogo genovese e si concede sprazzi di campionamenti delle voci caratteristiche del mercato locale, unendo tradizione Folk, sprazzi etnici e musica concreta. Il delirio erotico di Jamin-A è un sogno di marinai affaticati dalla rischiosa vita che implica la loro professione costruito su intrecci di chitarra e basso ed un vivace cantato di De André oltre all’utilizzo di percussioni dai tratti mediorientali. Proprio la ricchezza di suoni è fra i maggiori punti di forza, una sorta di giungla di contaminazioni, riecheggiamenti e contaminazioni, una World Music capace di ammaliare e di coinvolgere senza perdere la profondità di contenuti e di messaggi: strumenti come la gaida macedone, la chitarra andalusa, lo shannaj turco, l’oud ed il liuto arabo accompagnano queste filastrocche dedicate alla vita di ligure, una sorta di dichiarazione d’amore di De Andrè per la sua città. Il ritmo più cadenzato e lento di Sidun, con i cori ancora una volta arabeggianti, lascia spazio alla coinvolgente storia narrata in Sinan Capudan Pascià, scossa da una prepotente base ritmica ed un cantato insolito per l’artista, trascinante e melodico. Il gusto di descrivere gli emarginati e gli impopolari, e di conseguenza l’impegno sociale e politico, tornano con A Pittima, che descrive una figura che, nell’antica Genova, aveva il compito di far pagare i debitori con metodi più o meno leciti, mentre la figura onnipresente delle prostitute e le ipocrisie sociali tornano con A Dumenega, altro potente brano d’accusa al ritmo di ballata popolare impreziosita sul finale da un assolo di chitarra andalusa. Secondo una struttura circolare, il tema del viaggio ritorna prepotentemente nel triste canto d’addio di Da Me Riva, sospesa in un’atmosfera dove il tempo pare immobile e tutto rimane sospeso come in un sogno.

Creuza De Ma ricevette riconoscimenti internazionali e garantì a De André il riconoscimento delle sue doti di innovatore e di coraggioso interprete della tradizione, capace di rinnovare il cantautorato italiano con inusitata forza. Quest’album rimane il suo capolavoro, la sua opera massima ed il sunto della sua unione di tradizione e cambiamento, di impegno sociale e profondità poetica, una sorta di Bibbia laica del menestrello del nuovo millennio ed una porta sulla World Music che sfidò le leggi del mercato e che, stranamente, incontrò i favori sia della critica che del pubblico. Se molti altri suoi album contengono canzoni entrati nella tradizione cantautorale italiana, quest’album riesce in un equilibrismo sorprendente ad aggiungere al suo pathos emotivo una massiccia dose di originalità e di eclettismo.

Il successivo Le Nuvole (1990) viene pubblicato dopo anni di silenzio ed è diviso in due parti: la prima, completamente in italiano, contiene soprattutto Don Raffaè, mentre la seconda, tutta in lingue dialettali, prosegue con meno forza il percorso di Creuza De Ma, seppure valga la pena di ricordare ‘Â çímma per il suo spessore poetico. La Domenica Delle Salme, lungo brano con apertura classicheggiante, diventa uno dei classici del repertorio.

Anime Salve (1996) è il testamento spirituale di De André ed un inno alla solitudine, per costrizione o per scelta. Princesa apre l’album con la triste storia di un transessuale accompagnata dai ritmi sudamericani dovuti forse alla collaborazione di Ivano Fossati. Khorakhanè è uno struggente tributo al popolo Rom accompagnato da un soffice tappeto musicale che si scioglie in un conclusivo cantato in romanì, una lingua Rom. Il duetto con Fossati in Anime Salve, la storia d’amore disperato ed irrealizzabile di Dolcenera, i ritmi tribali di  cúmba, la mesta Ho Visto Nina Volare e soprattutto Smisurata Preghiera, sunto di tutta la visione del sopruso e del dolore delle minoranze dell’autore e ideale riassunto del suo periodo più “classico”, delle fascinazioni sudafricane e delle eco arabe, concludono questo suo ultimo album.

Fabrizio De André e’ morto l’undici gennaio 1999, lasciando nel panorama italiano un vuoto forse incolmabile.

L’antologia più completa è In direzione ostinata e contraria, che comprende molto del meglio di tutta l’opera.

.

.

.

Voti:

Volume 1 – 5
Tutti Morimmo A Stento – 7,5
Volume 3 – 5
La Buona Novella – 7
Non Al Denaro, Né All’Amore Né Al Cielo – 6
Storia Di Un Impiegato – 6,5
Canzoni – 5
Volume 8 – 4,5
Rimini – 4
PFM Live (2 CD) – 6,5
Indiano – 4,5
Creuza De Mä – 8
Nuvole – 5
Anime Salve – 6,5
In direzione ostinata e contraria (Best Of)- 7
In direzione ostinata e contraria 2 (Best Of)- 7

Playlist di brani selezionati di Fabrizio De André

Annunci

7 pensieri su “Fabrizio De André – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Io considero De André il più grande fra i cantautori italiani per il semplice motivo che le sue canzoni mi danno lo stesso brivido all'ottocentesimo ascolto… è un po' poco come giudizio (c'è chi ha i brividi a sentire Gigi d'Alessio )…ma forse, occupandomi anche di letteratura, posso dire che lui prima di tutto era un grande, immenso scrittore. Scrivere è un po' come dipingere: se sai dosare e accostare bene le parole, crei qualcosa che è potentissimo, straordinario. 
    Non al denaro e Storia di un impiegato sono in effetti concepite per essere un insieme, ma contengono brani molto evocativi anche da soli secondo me: sono molto d'accordo sul Matto per esempio. 
    Non hai citato (o forse ho letto male, sarà l'ora tarda…) quella che secondo me è una delle sue canzoni più potenti, e che di questi tempi mi torna e ritorna alla mente: La domenica delle salme. 

    Mi piace

  2. Concordo abbastanza col fatto che fosse uno "scrittore", abbastanza "prestato" alla musica. Il discorso è come questi testi risultino nell'unione con la musica. Se estrapoli i testi di decine e decine di artisti recensiti su questo blog troverai che pochi mantengono una qualche dignità anche tolti dal loro contesto musicale. 

    De André è tutto un altro discorso: puoi togliere la musica da molte sue canzoni e continuerai ad avere un testo che ha una qualche dignità letteraria. Questo è un merito letterario, come tu bene evidenzi, ma non è detto che sia un merito anche musicale. Ovviamente, come ripeto sempre su queste pagine, questa è una mia opinione soggettiva, ma non penso che De André riuscisse ad avere un "contesto" musicale sempre al pari delle sue musiche. Ci è riuscito con Pagani su Crêuza de mä ma non estenderei il discorso a molti altri episodi.

    Però, per quanto, ripeto, questa è solo una mia opinione e rispetto chi come te esprime le sue con educazione e moderazione, ti invito a considerare anche il fatto che io valuti anche il contesto (mondiale) in cui De Andrè sviluppa la sua opera.

    La Domenica Delle Salme viene pubblicata nel 1990 e segue in buona sostanza lo stile di altri brani di De Andrè. Non mi sento di dire che sia un brano che non sia bello, per quanto posso valere. Dal lato "storico" in cui mi diverto a guardare le opere c'è però poco di interessante. La musica in primis è un qualcosa che De André stesso avrebbe potuto scrivere un paio di decadi prima ed aggiunge poco di sostanzialmente nuovo al suo repertorio. Il testo è un testo alla De André, ma non crea anch'esso un nuovo linguaggio, una nuova forma espressiva o aggiunge chissà quali differenze. Prendi il cantato in genovese di Crêuza, quello a mio parere aggiunge qualcosa che lui prima non aveva mai fatto, segna un cambiamento forte, evidente. Sfrutta la musicalità di un nuovo linguaggio, con tutti i richiami culturali e le sensazioni che questo può evocare. 

    Tu mi dirai, e perchè mai Don Raffaé? Perchè quella parla in napoletano, perchè riprende uno stile musicale che lui mai aveva tentato. Certo, niente di rivoluzionario o stravolgente, ma dovendone citare una ho preferito citare questa. Ovviamente, l'ho fatto seguendo una mia sensibilità e rimane una mera opinione e poco più. 

    Insomma valuto (nella mia amatorialità, quindi sai che gran "valutazione") La domenica delle salme nel contesto di quello che c'era nel mondo in quel periodo (e che ho ascoltato io!). Dovendo "filtrare" cito quello che in quel contesto a me sembra valga la pena citare, che io ascolterei un domani per farmi una idea di De Andrè. Nel 1990 questo brano mi sembra abbastanza trascurabile. Ovviamente però se ti piace l'artista invece di "filtrare" 10 brani in una discografia ne filtri 20, o 30 o 50… e questa sicuramente potrebbe stare in una di queste tracklist.

    Tirati fuori dal contesto storico questi giudizi rischiano di sembrare incomprensibili, ed anche così rimangono comunque soggetivi e pieni di incongruenze 😉

    Detto tutto ciò, se sei arrivata fin qua grazie della pazienza. 

    PS: Buon Anno 😀

    Mi piace

  3. Cecco ha detto:

    Direi che può andare… a due condizioni.
    1) Il “forse” che precede “più grande modello cantautorale italiano della seconda metà del novecento” va tolto.
    2) Tutti Morimmo a Stento non è “un” concept album ma è “il terzo” concept album italiano. Che diventa “il secondo” perché è ciclopicamente bello. E diventa “il primo” perché la storia della musica italiana deve sottostare agli insindacabili giramenti di zebedei di fanz.
    Volendo, poi, avrei messo un accenno a “Ottocento”, che per quanto lungi dal capolavoro resta a mio avviso una sperimentazione degna di nota (più che altro per il fatto che io, come molti altri, al primo ascolto abbiamo avuto la tipica reazione da musica sperimentale, ovvero: “Eh? Cos… Ma che cazz…”.
    Pollice in su per: “un Cohen più sanguigno e ruvido, ma non meno poetico”

    Liked by 1 persona

  4. Antonio ha detto:

    Grande capomastro,sceglieva collaborazioni che gli hanno permesso di restare”crossover”quanto basta per non affossare nella mediocrità,il miglior connubio tra musica e testo per me è stato leggenda di natale,l’unico brano che tratta di morte spirituale in tutti morimmo a stento,il più agghiacciante, se non fossi italiano sicuramente sarebbe stato l’episodio meno apprezzato,inoltre nel suo periodo maggiore (67-75)ci sono ottimi brani troppo compassati a livello espressivo,su tutte il testamento di Tito,basta confrontare la versione lp con quella live

    Liked by 1 persona

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...