Sanremo 2010

Tutti (ma tutti chi?) lo aspettavano: l’evento mediatico dell’anno, un vero toccasana per la musica italiana. Innovazione, sorpresa, gioventù sono parole che si sono sentite volare nell’aria assieme alle polveri di Morgan ed alle solite ciance su tutti quelli elementi che dovrebbero essere di contorno in un festival della canzone. E quindi, come posso io non prendere sul serio questo festival tanto famoso, senza dedicare un’analisi per ogni canzone in gara?

Inizio quindi questa nuova rubrica, richiesta a gran voce da uno dei miei lettori, intitolata “The Worst Of”, proprio con il resoconto di Sanremo 2010. The Worst Of è una rubrica che conterrà sfoghi personali, soggettivi, malvagi, iracondi e tendenzialmente offensivi sugli argomenti che più mi aggradano, ma soprattutto sulla musica. Insomma, come non iniziare proprio con quel carrozzone di zombie presentato dalla Clerici?

ARISA – MA L’AMORE NO : torna la pseudo-sorpresa dell’anno scorso, una ragazzina che sembra uscita dal cartone della Pimpa e che ha la stesso senso della realtà della cagnolina affetta da strane malattie deramtologiche. Il trionfo dell’amore, in un tripudio di fiorellini, sole e buoni sentimeni, è talmente stomachevole che il ritornello da oratorio di periferia è degna di un documentario ecclesiastico del ’20 e ti si imprime in testa come una sanguisuga uscita da una fogna esplosa in Bulgaria per una pidemia di diarrea. L’orticaia da mondo fatato è un gioco di buonismo e impegno sociale, perchè in fondo la canzone ci vuole anche comunicare come nel futuro solo l’amore continuerà sicuramente ad esistere. Ah. Interessante come una competizione fra ultraottuagenari su chi fa la caccola più grande. Il prossimo anno Arisa forse parlerà ancora d’amore, magari raccontandoci come “il primo non si scorda mai”. Noi, nel frattempo, vediamo di scordarci lei. Probabilmente questa donna ha come suo massimo merito artistico la montatura degli occhiali che ha il coraggio di vestire.

VOTO: 2,5/10

ENRICO RUGGERI – LA NOTTE DELLA FATE: Largo ai giovani, innovazione e futuro… cosa ci fa Ruggeri? Presenta suo nipote? Proprio lui? Dopo la balalaika imbarazzante di qualche anno fa? Ed ecco, un altro frammento di dolore speranzoso che nella frase “ogni donna ha un paio d’ali” ricorda più san Martino campanaro che qualcosa che valga la pena di ascoltare per sommergere il fastidio di un Freddy Kruger che si affila gli artigli su una lavagna. Ruggeri dovrebbe tornare al suo bivio, a raccontarci storie improbabili e maldocumentate, e magari fare una puntata autobiografica: ma se quella volta mi fossi butatto giù dal ponte? Questa edizione di Sanremo sarebbe stata migliore, probabilmente.

VOTO:2/10

FABRIZIO MORO – NON è UNA CANZONE: L’importante è l’autoconsapevolezza, e Moro ne ha da vendere: questa non è una canzone, è un misto di Reggae stereotipato, luoghi comuni sui cattivoni del mondo e sulla fatica del povero Fabrizio, che è così sdolcinato che a confronto Peter Tosh quando cantava Legalize It fumando come un dannato sembra un terrorista di Al-Qaida. “Io sono libero di fare” dice Moro, ed è un serio problema, questo, perchè se hai intenzione di strappare ancora all’aborto cose come questa accozzaglia di Bob Marley e Caparezza allora forse tu la libertà di parola non te la meriti mica. Non è una canzone (nome omen) è un piatto freddo di buoni sentimenti, spirito rivoltoso della domenica pomeriggio sul tardi ed anche il cattivissimo finale Rock che fa tanta paura alle cariatidi sanremesi, perchè Moro è cattivo lì, fa il vocione. Ecco, come punizione per Moro io propongo di sigillarli la bocca con il filo spinato e tatuarli sul petto con vernice al cobalto un consiglio: va bene la libertà di dire e pensare e tutti i verbi in -are che vuoi, ma evita di rompere troppo le palle, sennò mi prendo anche l’ergastolo per farti smettere di cantare.

VOTO: 2/10

IRENE FORNACIARI ED I NOMADI – IL MONDO PIANGE: Eccoli altri giovani. Irene Fornaciari è la figlia di uno che si fa chiamare Zucchero, ma che a giudicare da quanto è grasso e da quanto scopiazza dovrebbe farsi chiamare alternativamente “Lardo” e “Lupin”. I Nomadi sono un risultato degli esperimenti genetici: sono in vita, ma nessuno sa come facciano a scampare alla tomba. La canzone è una lagna che si chiede perchè “il mondo piange” e ci sfracassa l’anima con questo piagnucolo mentre la musica passa indisturbata e lei ci mette anche dei belli, originali vocalizzi Blues “”aggressivi””. Quando ci si mettono i Nomadi, levati i vermi dalla bocca e la terra da dosso (residui dell’esumazione) parte anche un bel vocione da tenore, così che l’orchite è così immediata ed esplosiva che conosco persone che ora stanno guardando Sanremo di stasera dallo strato di Ozono in cui fluttuano. Immaginarsi una canzone più polverosa e lagnosa di questa è un’impresa ardua, un esercizio masochista che chiunque di voi potrebbe fare per punirsi di un grave errore della vita.

VOTO: 2/10

IRENE GRANDI – LA COME DI HALLEY: Ragazzi, ci sono dei sintetizzatori, all’inizio. Davvero eh, una cosa proprio tecnologico. Ora i poveri Baustelle potrebbero chiedere un po’ alla Grandi quanto abbia scopiazzato dal loro album Amen, però c’è anche da dire che si tratta di una canzone sorprendente per una che ha avuto il merito di fare un album natalizio tutto italiano che duplicasse gli scempi statunitensi. Sì, va bene, tutto il solito corollario di stelle, amore, notte, felicità ecc, però la canzone in fondo è piacevole in quel ritmo un po’ New Wave à la Battiato, e la Grandi fa il suo dovere alla voce. Insomma, poteva andarci peggio.

VOTO: 5/10

MALIKA AYANE – RICOMINCIO DA QUI: grande voce, ma sempre il solito soporifero tappeto orchestrale velato di Pop. Così se la Ayane ci mette una voce vellutata e potente, il resto passa quasi inosservato. Però insomma, spararle addosso a Sanremo è un po’ troppo, anche se in questa giovane di innovazione, originalità e simili non c’è traccia. Si sente odore di tomba fra queste note, potrebberlo chiamarlo senile-Pop. La vera Benjamin Button.

VOTO: 4/10

MARCO MENGONI – CREDIMI ANCORA: Via, la partenza ci convince, bella Rock, ed anche la prova vocale è potente, seppure la tematica è ritrita. Però anche basta con questi ehi di cantato nero, questi assoli melodrammatici, insomma, l’abbiamo capito che a Sanremo sono convinti ancora che i Beatles siano il massimo dell’estremismo, però questa roba è così stereotipata che fa venire l’orticaia alle orecchie. E poi va bene un po’ questa “carica” emotiva, ma poi anche basta, c’è una indigestione di vocalizzi e di impennate al canto, una ridodnanza di viste e riviste imitazioni di imitazioni dei soliti nomi noti esteri. Anche le pause e le orchestrazioni sono innovative come il fuoco.

VOTO: 3,5/10

NINO D’ANGELO E MARIA NAZIONALE – JAMMO Jà: Patetico vittimismo partenopeo, sui soliti temi e sui soliti tribalismi stereotipi, in un dialetto fuori tempo massimo nell’era della globalizzazione. I lamenti da stipsi sono così insopportabili che a confronto D’Alessio vi sembrerà un austero avanguardista tedesco portatore di nuove idee. Ma poi vogliamo parlare di Maria Nazionale? Un big? La caleberrima Maria Nazionale, famosa per… vabè, ma nel duetto alla fine c’è Nino D’Angelo, famoso per… per portare nel mondo l’immagine del napoletano ignorante, facilone, popolare, sentimentale ed un po’ arrangiato? Dio santo, ma non ti vergogni Nino? Sei così patetico che conosco barboni che per farti un piacere ti darebbero la loro elemosina per farti affittare un gommone per scappare in mezzo all’Atlantico e morire con un po’ di dignità. Sei così rancido e vecchio, così prevedibile, così banale che ho il dubbio che tu sia un incrocio orribile fra un truzzo, un tamarro, un napoletano dei più ignoranti, i bisnonni dei 99 Posse ed una catasta di rifiuti indifferenziati.

VOTO: 2/10

NOEMI – PER TUTTA LA VITA: quando Dio, prima di morire, distribuiva l’originalità Noemi era in bagno, a fare la cacca cantando le canzoni di Massimo Di Cataldo. E così eccola, giovincella a piangere dell’amore perduto, come un rantolo lunghissimo, patetico, ossessivamente brutto, nel senso che l’ascolti e pensi: basta! basta! basta! basta!. Se “per tutta la vita” vuoi sottrarre ai condotti fognari queste cose, allora cara Noemi potresti andare a fare un giro in una vasca di Piranha senza protezione alcuna.

VOTO: 1,5/10

POVIA – LA VERITà: rieccolo, l’uomo dei topi volanti, che riparte con un melodramma commovente che diverte come una autopsia in mondovisione di voi stessi, senza anestesia. E vi stanno rubando la macchina anche. E la ragazza. E la casa. Ve la stanno portando via con un TIR, esatto. Dicevo, il ritornellino Pop è così povero che deve chiedere un prestito per piangere. Il titolo ideale di questa monnezza è “due dita in gola”, con tutti i suoi sentimentalismi. Si vocifera che sia stata composta una musica anche, ma a me sembra un Pop orchestrale noiosissimo, talmente insulso che non notereste neanche a 200 dB.

VOTO: 1/10

PUPO, EMANUELE FILIBERTO E LUCA CANONICI: tre grandi della musica internazionale, tre grandi esponenti dell’arte contemporanea!Probabilmente li trovate nel solito negozio in cui avete comprato questa compilation di Sanremo (l’avete davvero comprata?). Il tenore è semplicemente imbarazzantemente polveroso e muffoso, mentre il testo è un puro scempio. Sembra un testo delle elementari che hanno costretto a scrivere ad un bambino per il 2 Giugno, dato che aveva guardato sotto la gonnellina di una compagna. Scoprendo che era un trans, inoltre. Perle come:
“Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione.
Io sento battere più forte, il cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia.”
cantate da un Emanuele Filiberto talentuoso come uno scolapasta che poi aggiunge versi ricolmi di miele come:
“Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo, di stringerla fra le mie braccia.”
Un misto di religiosità, preghiere, feci rancide e Ipecac sono i principali elementi della composizione. Si tratta di una delle cose più squallide che siano mai state composte, un confuso cocktail di vomito.

VOTO: 0,5/10

SIMONE CRISTICCHI – MENO MALE: ecco Caparezza… no, scusate, volevo dire Cristicchi! Ad ogni modo il frizzante Hip-Hop non è così male, anzi il ritornello è piacevole e le decorazioni dei fiati sono originali, poi il testo è una filastrocca non indifferente. Si tratta di una “aggressività” misurata, caparezziana appunto, ma nel contesto sanremese è aria fresca, ed uno dei momenti migliori in assoluto.

VOTO: 6/10

SONOHRA – BABY: ecco la fiera della banalità il festival dello scontato. Vendevano canzoni stereotipate al discount e Baby era un pezzo difettato della Lidl. Questo Pop orchestrale e ammiccante è disgustante e “qualunque sia il tuo nome, t’amo” è uno dei più osceni versi della storia della musica dai tempi dei cavernicoli. Se volete vi presto un cacciavite per perforarvi i timpani dopo l’ascolto o anche durante. “Tutto quello che amo sei tu”, dicono loro, mentre io dico “Tutto quello che odio siete voi”. Sopprimeteli.

VOTO: 1/10

TOTO CUTUGNO – AEROPLANI: un Folk soffuso, sofferto, bello vecchio e rancido come ci si aspetta. Io rischierei di cadere nel penale per descrivere l’ovvietà di questa canzone, dal testo alla musica alla puzza di escrementi. “Amore mio, dimmi che mi ami” è uno sputo su migliaia di anni di letteratura e di musica. Cutugno è fresco come una albicocca coeva di Cristo.

VOTO: 1/10

VALERIO SCANU – PER TUTTE LE VOLTE: Se hanno dovuto tenere Valerio Scanu, chi avranno scartato? Il grande Valerio ci regala una balla ballata per pianoforte che brilla nell’era del sampling e del digitale nonchè della globalizzazione musicale. L’anacronismo è forte come quello di vedere un i-Pod in un quadro di Michelangelo. No, non la Tartaruga Ninja. Anzi, è come vedere in un quadro di Michelangelo un i-Pod in mano ad una Tartaruga Ninja. Un bell’acuto su “a far l’amore” è davvero una ventata di aria fresca eh. Imbarazzante, triste, miserevole, ignobile. Io non so più a che lessico attingere per descrivere un simile sbadiglio.

VOTO: 0,5/10

Bene, Sanremo non delude mai. Sembra di guardare spesso un film di Romero, solo che alcuni morti viventi sono più giovani, ma portano dentro un’anima plurideceduta. Musica quasi sempre assente, originalità latitante, carisma perduto sono le malattie principali di questi artisti senza speranza. Che qualcuno ce ne liberi, dopo 60 anni, di questo insulto alla già morente musica nostrana.

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