Sanremo 2010 Reloaded

Ho analizzato, nella scorsa puntata, tutti i “big”, ma mi sento quasi in dovere di considerare anche tutte le nuove proposte. Insomma, ci è andata male con i vecchi decani della musica italiana come Fabrizio Moro, talentusoi artisti che forse ormai hanno perduto la spinta della gioventù artistica.

Non ci resta quindi che sperare aria fresca per le nuove proposte, e quindi passiamo all’analisi di tutte le canzoni di questi promettenti giovani. E dato che mi sento buono non solo valutiamo chi si è presentato in finale, ma anche alcuni di coloro che si sono proposti e poi non sono giunti alla fase finale. Insomma, è necessario rispondere anche alla domanda, ma la feccia che ci propinano non era possibile evitarla?

**I SELEZIONATI**

BROKEN HEART COLLEGE – MESI: Prendete Paolo Meneguzzi ed i Gemelli DiVersi e fateli fornicare: lo sterco filastroccheggiante del primo, il patetismo Hip-Hop dei secondi. No, non volevo dire che sarebbe gradevole per entrambi. Lo sarebbe. Buttateci anche Cristina D’Avena, prendete un bel frullatore ad immersione e mischiate i tre personaggi. No, la D’Avena non accetterebbe l’orgia. Ok, accetterebbe. Non metaforicamente, prendete questi tre e tritateli. Avrete un informe ammasso di carne marciscente e puzzolente, senza nessun buon motivo per essere sottratta ai vermi. Ci ho messo qualche riga, ma alla fine ho una bella immagine metaforica da sfruttare. Canzone abortita che finisce anche senza un finale, una gestazione che rifiuta di completarsi per quel poco di decenza che è rimasta alla musica. I padrini dell’Hip-Hop guarderebbero a questo scempio come un padre guarda un figlio che torna cosparso di feci di cane, sperma di toro e vestito con un tutù rosa shocking, una parrucca blu elettrico ed un medaglione di latta al collo. Insomma, i padri dell’Hip-Hop direbbero: “ma cosa cazzo è successo?”.

VOTO: 0,5/10

JACOPO RATINI – SU QUESTA PANCHINA: “negli occhi tuoi si vede il cielo”. La scoperta della rifrazione della luce è sempre emozionante. Canzone commovente come una alabarda, unita ad un infantilismo dilettantesco, soporifero e aiutato da un altrettanto vomitevole Pop orchestrale. Incredibilmente, qua la musica è ancora più imprecettibile, un soffuso contorno senza praticamente alcun peso. Conosco ranocchi che comporrebbero canzoni migliori, ma almeno l’inizio e la fine con voce filtrata sono “”piacevoli””.

VOTO 2,5/10

NICOLAS BONAZZI – DIRSI CHE è NORMALE: Un bel muggito introduce questa vacca della musica italiana in una canzone d’amore degna del Medioevo. Sembra che Bonazzi inciampi persino sulle parole, ogni tanto, essendo afflitto da una serie di difetti di pronuncia non dinifferenti. Qualcuno si è fatto domande su quale sia il genere musicale proposto? Pop-Orchestrale! Ormai è un’unica parola Popporchestrale! Tiziano Ferro sarebbe felice di questo melodramma piagnucolante, ma più che un metallo qui siamo sulla materia organica. In tutto il brano non succede niente che abbiate ascoltato meno volte della parola “ciao”, e così si arriva alla fine esausti come solo il vero sterco può esaurirvi. Manzoni sarebbe fiero che qualcuno ha ripreso la sua idea di inscatolare feci.

VOTO: 1/10

JESSICA BRANDO – DOVE NON CI SONO ORE: Una drum machine, un minimo di spessore musicale, un qualcosa che non affondi la sua ispirazione in qualcosa coevo ai Sumeri. Poi ovviamente amore, sentimenti, speranza, luminosità e le solite cose noiosissime nei testi e la solita linea vocale per la solita voce dotata ma senza personalità. Non sono cantanti, secondo me, ma oggetti obsoleti che sono ormai sempre più raffinati e sempre più indistinguibili, sempre più noiosi, prevedibili, spogli di ogni motivo di interesse.

VOTO: 3,5/10

MATTIA DE LUCA – NON PARLARE PIù: Canzone d’amore, malinconica, su una ballata Pop un po’ orchestrale. Il dubbio principale è che stiano suonando tutti la stessa idea. Un giorno sono andati dalle nuove proposte ed hanno proposto a tutti la solita idea, tipo un “tema” delle scuole medie. La canzone scorre senza sussulti, però qualche chitarra più sanguigna ed una bella interpretazione vocale un po’ più carismatica sollevano il brano dai condotti fognari del festival.

VOTO: 4/10

LA FAME DI CAMILLA – BUIO E LUCE: In un Pop/Rock dal respiro internazionale, tardo novantiano, la band soffre di una musica fin troppo discreta, che tiene lontane dalla ribalta le chitarre ma che unisce piacevolmente ritornello e strofa. Va bene, va bene, la pausa intimista è davvero preconizzabile come un terremoto in California, però un po’ meno di seriosità non può che far bene a questi Benjamin Button.

VOTO: 5,5/10

LUCA MARINO – NON MI DAI PACE: Folk affranto, patetico, con testo ispirato alla banalità. La spiegazione più ovvia è probabilmente questa: la banalità è l’obiettivo di una simile accozzaglia di stereotipi. Qualcuno faccia cessare gli archi che si aggiungono sommessamente, perchè non ne possiamo più, sarebbe più piacevole sentire mia nonna avere i conati di vomito. Incredibilmente questa canzone non l’avete mai ascoltata, ma già la sapete. Come la maggior parte di queste infezioni acustiche, d’altronde.

VOTO: 1/10

TONY MAIELLO – IL LINGUAGGIO DELLA RESA: Un R’n’B Ferr-oso che vive soprattutto di ruggine, amore perduto, tristezza, malinconia e la sfilata di notte, tempo, lontananza, anima, attesa. Devono possedere un vocabolario tascabile con 500 parole, questi pseudo-artisti senza futuro. La canzone è così inutile che la ascoltate e vi stupite che qualcosa stia affettivamente fuoriuscendo dal vostro impianto audio. Si tira avanti questa composizione indegna della luce del Sole, si trascina come un cadavere tornato a nuova vita grazie a chissà quale magia oscura, ma ancora mutilato e quindi strisciante, incapace di sottrarsi all’umiliazione di strisciare come un verme. Non ci sono idee, ma la vita di questa valanga marrone prosegue più di quanto vorreste. E dopo la prima nota, già vorreste, credetemi. Il finale orchestrale, con i vocalizzi freschi di clichè, è un esercizio di bruttezza non indifferente. Sono anche un po’ più brutto il tutto, potremmo rivalutarlo come un monumento a come una canzone NOn deve essere per valere un ascolto, ma così si rimane nel limbo dei vari tipi di sterco. E così, a voi la scelta, se vi aggrada di più la metafora con gli escrementi di armadillo o di piccione, o di chissà quale altro animale, allora sappiate che comunque potete elaborare la vostra metafora fecale preferita. Ascoltare Maiello non è un lavoro da critici musicali, ma da imprese dello spurgo pozzi neri.

VOTO: 0,5/10

NINA ZILLI – L’UOMO CHE AMAVA LE DONNE: figlia Ferro e vuoi che non figli anche Giusy-Kinder-Ferrero? Ed ecco che di copia in copia dalla Winehouse si arriva alla Ferreri e quinsi alla Zilli, in una musica “Black” che di nero ha soprattutto i risultati nefasti. Così imbarazzante che ci si vergogna per la povera Nina, soprattutto quando fa “yèè”, che sembra più mia madre che canta sotto la doccia e copre la vergogna della sua incapacità con lo scroscio dell’acqua che un brano finito. Ed invece no, lo “yèè” ce lo mette anche alla fine, così che proprio non vi viene in mente di riascoltarla, siete impediti dal vostro cervello a farlo. In fondo il brano non è così osceno, ma la derivatività è INCREDIBILE.

VOTO: 2/10

ROMEUS – COME L’AUTUNNO: In un clima da sigla televisiva incalzante e Blues-ata, dopo 45 secondi tutto viene umiliato e quello che pensavate potesse andare diversamente diventa una nenia amorosa, sull’autunno e la natura. Si tratta probabilmente del brano musicalmente più bello di tutto il Festival, fallato dal testo banale e da un refrain fin troppo stereotipo. Dopo due minuti e mezzo la canzone si fa persino violenta, per i canoni del Festivàl, incalzante, aggressiva… ragazzi, sembra quasi vitale! Bene, ora non ci entusiasmiamo troppo, ma Romeus vince a mani basse fra le nuove proposte. Ovviamente il vincitore è Maiello, ma che ci volete fare: la gente ha più familiarità con le prese per il culo che con la musica.

VOTO: 6/10

**Alcuni degli esclusi**

Sono buono, io, quindi sono ordinati dal migliore al peggiore, come a dire “stercum in fundo”, che è greco e vuol dire “dal migliore al peggiore”.

GARDENYA – IL MARE CHE: Canzone sul mare e l’amore, binomio abusato come una avvenente prostituta del Bronx che fornisce prestazioni sessuali gratis. E poi melodrammi assortiti di Luna, angelo e “vita” con un ululato finale che farebbe invidia a quella campionessa della Pausini. Ci sono schiere di adolescenti intristiti che bramano questi replicanti musicali senz’anima come fossero caramelle omaggio, e quindi Gardenya puà permettersi di presentarle anche in diretta nazionale. Tutto sommato, comunque, la linea vocale è piacevole, e la musica è un po’ meno orechstrale del solito.

VOTO: 3/10

DANIELE MAGRO – AL POSTO DEL MONDO: Ed ecco la gioventù che arriva con la sua forza eversiva. No, non esattamente, in pratica ci sono dei momenti di Elettronica (O_O) in un Pop orchestrale. Anche lui, davvero? Anche lui un Pop orchestrale con tematica amorosa? Stile vocale impeccabilmente vetusto, deve qualcosa a Caludio Villa e qualcosa a Ramsete secondo. Daniele rimarrà magro se pensa di fare soldi con queste feci precotte, e così se lo ascoltate ed amate la musica dovrete farvi una endovena di liquidi per ricompensare le lacrime che vi sgorgheranno come un getto di orina pressurizzata dagli occhi. Però c’è quel momento di modernità, e sembra di vedere una mummia con i pantaloni Hip-Hop, ed allora al buon Daniele auguriamo un buon futuro come mummia, ecco, e magari facciamo una bella colletta per rinchiuderlo in un sarcofago pieno di formiche carnivore.

VOTO: 3/10

SILVIA OLARI – INACCETTABILE: “Il carretto passava e quell’uomo gridava “gelatiii””… Ah, quella era di Battisti. La canzone di Olari somiglia non poco alla perla battistiana, nel senso che ne condivide la tristezza infinita. C’è un di più, però, cioè una incredibile capacità di gonfiare il sacchetto scrotale come una prolungata astinenza sessuale di un gestore di uno strip club. Musica originale e moderna come la vita sulla Terra, testo depresso e sentimentale, con la solita Luna, il solite Sole e tutte quelle cose là che questi eremiti della musica sono convinti siano ancora anche minimanete accettabili nel 2010. Cara Silvia, perchè non ti suicidi iniettandoti del catarro in vena, così che ci risparmi anche queste lacrime soporifere come un lungometraggio dedicato ad un primo piano di una sequoia gigante che cresce?

VOTO 1,5/10

GIANLUCA CAPOZZI – E POI ARRIVI TU: L’ha chiamata davvero così? Davvero? E poi arrivi tu? Ma dove l’ha pescata questa frase, dalle frasi con più risultati su Google? La prossima sarà “come stai?” o magari “Il nuoto è uno sport completo”. Un Folk/Pop scarno e melodrammatico che parla d’amore e di sentimenti, che parla della sua lei che ha cambiato la sua vita. Canzone sulla speranza, inutile come un cerotto per risolvere una equazione di nono grado, si tratta di un abisso di banalità e noia. Io non so se riesco ad arrivare alla fine, seriamente, è una tortura ascoltare ignobili aborti informi come questi.

VOTO: 0,5/10

TONY COLOMBO – UN ALTRO AMORE DENTRO TE: La Malaria, la Peste, l’Ebola hanno segnato la storia dell’umanità come nefaste epidemie portratrici di desolazione e di miseria. Noi abbiamo Gigi D’Alessio, che ha figliato come una mosca della carne ed ha generato improbabili anacronismi viventi come Tony Colombo. Tony Colombo è un bravo musicista. Prendete nota, questo ossimoro vale più di “fuoco gelido”, potreste usarlo per spiegare la retorica ai vostri figli. Il testo non merita una parola, ma io mi sento generoso: un discorso del Papa sulla necessità della castità sarebbe più originale, mentre in un continuo litigio le parole si accostano in un citazionismo talmente derivativo e stomachevole che avrete voglia di ascoltarvi D’Alessio quando sentirete “però ti amo ancora amore mio”. Perdonatelo, è un infetto. Come tale andrebbe arso vivo, ma solo dopo avergli cucito la bocca con degli aghi di amianto, per non rischiare che nell’ardere a fuoco lento possa decidere per un ultimo, umiliante e straziante canto. A confronto del testo Moccia è un avanguardista minimale intransigente ed ambizioso.

VOTO: 0,5/10

Adesso i miei timpani piangono amare lacrime, e persino mia madre che trita le cipolle è per me l’equivalente del massimo capolavoro artistico di tutti i tempi. Con una grande liberazione, posso dire addio a Sanremo e darmi un anno di pausa da questi ascolti “deplorevoli”.

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