Ornitorinco Nano

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  4. All Trap Music: Dai Primi Esempi Al Successo Mondiale
  5. Da Chicago a Cinisello Balsamo: la Musica Trap in Italia

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58 pensieri su “Ornitorinco Nano

  1. Vincenzo ha detto:

    Vorrei sapere se qualcuno potrebbe aiutarmi a ritrovare un video degli anni ’80 o primissimi ’90 dove c’era un cantante, credo fosse Lou Reed, che cantava mentre andava sui pattini su una strada con auto parcheggiate……………. chi altri ricorda questo video e che pezzo era ?????

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  2. L’articolo che trovi su questo blog su Jon Hassell è scritto da me, come d’altronde tutto quello che trovi su questo blog. Se ti è piaciuto, quindi, non può che farmi piacere! 🙂

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  3. Vlad ha detto:

    Salve
    sto chiedendo ai blog collegati (italiani) le loro esibizioni live preferite (canzoni).
    Non necessariamente le migliori, ma quelle che si mettono sul piatto per dare energia o dire: “Questi sì che erano tempi”, quelle epiche (e, appunto, quelle preferite).
    Vorrei farci un post.
    Ti ringrazio

    Vlad

    isle full of noises

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  4. Intanto, è un onore che tu abbia preso in considerazione il mio blog: il tuo è un pozzo pieno di gioielli ed informazioni interessanti, mi ci perdo ogni volta che lo visito. Ti lascio qui alcune epiche esibizioni live che rientrano fra le mie preferite:

    Allman Brothers – Whipping Post (as heard on At Fillmore East, 1971)
    Allman Brothers – Mountain Jam (as heard on Eat A Peach, 1972)
    Built To Spill – Cortez The Killer (as heard on Live, 2000)
    Built To Spill – Broken Chairs (as heard on Live, 2000)
    Deep Purple – Space Truckin’ (as heard on Made in Japan, 1971)
    Phish – You Enjoy Myself (as heard on A Live One, 1994)
    Phish – Tweezer (as heard on A Live One, 1994)
    Neil Young -Like a Hurricane (as heard on Live Rust, 1979)
    MC 5 – Ramblin’ Rose (as heard on Kick Out The Jams, 1969)
    Obituary – Slowly We Rot (as heard on Dead, 1998)
    Who – My Generation (as heard on Live At Leeds, 1970)

    Mi ero ripromesso di metterne 10, ma queste sono già 11. Spero vadano bene, complimenti ancora per il blog!

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  5. Ciao!
    i PropheXy sono in procinto di pubblicare un nuovo album live e sono a chiedervi se ti va di ascoltare e recensire questo nuovo lavoro.
    L’uscita è prevista per il 28 giugno 2013 con la label Musea Records, il disco vede una nuova line up per i PropheXy inseguito all’ingresso del tastierista Diber Benghi e del cantante Luca Fattori, formazione che in questo disco reinterpreta tre brani tratti dall’album precedente, si lancia in quattro nuove composizioni e si diverte a suonare due brani dei Caravan insieme all’amico Richard Sinclair.
    Qualora ti interessi recensire questo nuovo lavoro, dimmi come preferisci avere il materiale!
    Un saluto e buona musica!!

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  6. Ciao Gabriele,

    grazie del pensiero. Mi farebbe piacere ascoltare il nuovo album e, perché no, anche quello che la band ha pubblicato in passato, visto che preferisco avere una panoramica di tutto quello che la band ha prodotto fino ad oggi per meglio inquadrare anche in modo dinamico la musica. Non sempre recensisco quello che ascolto, ma non posso nasconderti che qualora volessi potrei pubblicare su questo blog le recensioni che, per quanto siano solo le mie analisi, possono comunque essere negative. Vorrei che considerassi questa eventualità, altrimenti sarò costretto da declinare la tua generosa offerta. Recensisco per passione, non voglio sacrificare in alcun modo la libertà di scrivere quel che penso. Sono sicuro che potrai comprendere queste mie considerazioni.

    Qualora non ci fossero problemi, puoi lasciarmi una mail e ti contatto via e-mail per sapere come scaricare l’album.

    Aspetto tue notizie

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  7. Giuseppe ha detto:

    Salve, ho trovato ieri il suo sito a caso e da allora mi ci sto “perdendo”: bellissimo, ricco di spunti musicali di ogni genere. Ho una certa età e molta musica mi fa tornare ai miei “bei tempi”. Sono quasi certo che Lei sia invece giovane…. Complimenti vivissimi. gG

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  8. Bellissimo sito, ricco di interesse per la musica di tutte le generazioni. Mi piacerebbe molto poter avere uno spazio del genere in cui recensire e parlare di musica in maniera libera, proprio come fai tu…davvero un blog ben fatto, complimenti.
    L’unica pecca è che tu non abbia inserito tra le 20 canzoni Metal di sempre almeno Metropolis Pt.1 dei Dream Theater, tutto il resto lo possiamo perdonare 😉
    Ciao!

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  9. Vincenzo ha detto:

    No, io stavo cercando di rintracciare quel sito che prendeva in giro andreotti , il mitico defunto andreotti………..ma non mi riesce più di ritrovarlo, mi può aiutare qcn di voi ? Grazie

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  10. Salve, seguo questo blog con molto piacere. Sarei curioso di avere dei tuoi commenti sugli album della band francese Pryapisme, sono 3, ascolta se ne hai voglia e grazie per i tanti consigli musicali che ho pescato dal tuo sito negli ultimi mesi (:

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  11. Grazie per essere passato sul mio blog. Ho dato un’occhiata alla guida heavy metal per principianti e quando ho un po’ di tempo ti scrivo un bel papiro a riguardo 🙂

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  12. Ti ringrazio per il gentile follow e, naturalmente, non ho potuto fare a meno di esplorare.
    Ho scoperto un santuario discografico, documentatissimo, un crocevia aperto all’infinita platea di appassionati. Ho respirato tanto entusiasmo e grande buona volontà.
    Non volermene se sono fermo a Charlie Parker e Miles Davis. ma approfondirò, calando le mie orecchie nei meandri del tuo blog più reconditi (tranne “Speciale SanRemo” 🙂 ).
    A presto 🙂

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  13. Ciao e ben trovato! Grazie per il tuo follow che ricambio molto volentieri. In confronto a te sono una dilettante in fatto di musica, semplicemente non riesco a pensare a un mio post fatto solo di parole in prosa. Vedo che anche tu per l’aspetto prediligi i colori neutri.
    Io a volte mi trovo a passare in rassegna un po’ di blog per vedere di migliorare l’aspetto del mio, ma non mi ci riconosco anche se magari aggiungere qualcosa di più brioso e colorato potrebbe giovare. Andreas finora non mi ha deluso, che ne dici?
    Vedo che scrivi dal 2010, io da luglio 2009 con a volte delle pause più o meno lunghe. Mi prenderò del tempo qua e là per leggerti, perché la conoscenza non è mai finita.
    A presto!
    Vicky

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  14. Ciao Vincenza! Colori neutri perché sono i più adatti a una lettura lunga, credo. Mi piacerebbe fare di più per la grafica ma non ho poi molto tempo per starci dietro. Anche tu una blogger di lungo percorso! Io ho iniziato altrove, su Splinder, e poi mi sono trasferito 🙂 Chi è Andreas? Non ti seguo! Buona serata!

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  15. Ottimo lavoro, complimenti per il blog! E’ un peccato averlo scoperto solo ora, meriterebbe un po’ più di visibilità secondo me, se posso darti un consiglio: potresti sfruttare anche altri social dedicandogli almeno un account twitter e instagram

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  16. Direi che Ondarock in Italia è quello con le monografie più curate e varie. Sono scritte da molte firme diverse, quindi non tutti hanno il solito metodo, ma secondo me è un mondo tutto da esplorare!

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  17. Giulio ha detto:

    Ciao mi piacerebbe una tua recensione sul nuovo album in inglese di Lara Fabian, “Camouflage” pubblicato il 6 ottobre. La cantante e compositrice canadese si é cimentata in un album elettro-pop anni luce lontano da quanto pubblicato in tutta la sua carriera… anche l’utilizzo della voce (alla quale deve essenzialmente il suo successo) sembra qui trasformarsi, diventando uno strumento a supporto dei brani piuttosto che l’attore principale di virtuosismi e acuti.

    Cosa ne pensi?
    I primi due singoli già pubblicati sono “GROWING WINGS” e CHOOSE WHAT YOU LOVE MOST”

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  18. Ciao Marco! Sono eoni che non ascolto entrambe le band, ma 10 anni fa era impossibile evitarle quondi a suo tempo le ho ascoltate. Sarebbe bello recensirle per bene. Deftones tanto amati dalla critica ma io non ci sono mai morto dietro, ricercati ma non mi conquistò il loro stile… All’epoca! Non ho idea di cosa abbiano fatto negli ultimi 10 anni. Tool invece ho amato Aenima e Lateralus, molto meno 10000 Days che già mi sembrò un bel momento di istituzionalizzazione. Credo che il nuovo album potrebbe essere molto deludente.

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  19. Marco ha detto:

    Buonasera Nano, vorrei conoscere un tuo parere sui Death. Spesso mi sembra che vengano considerati una grande band metal, ma.. quanto in effetti è grande? La loro Opera è confusa o essenziale? La loro brutalità è più un mezzo o un fine, ed è dettata da incompetenza o da un intento preciso? L’esimio Scaruffi a grandi linee li considera una band come in pratica un progetto solista di Chuck Schuldiner (e anche qui mi chiedo quanto e come i gregari dai Cynic abbiano influito sul valore artistico della musica dei Death, un semplice innalzamento del tasso tecnico o qualcosa di più?), una band sincera e più intellettuale rispetto alla media del genere, allo stesso tempo non considera nessun loro album come uno dei massimi lavori del metal, condividi questo punto di vista o secondo te è sbagliato? O forse, come egli scrisse dei Sepoltura, il loro percorso artistico vale più della loro musica? Il metal mi incuriosisce ma vorrei avere le idee un po’ più chiare su questa band.
    PS. se recensire i Deftones è ancora tra i tuoi pensieri, dico due cose: White Pony è certamente il capolavoro che permette di distinguerli bene dalla corrente del periodo e Chino Moreno è senz’altro fra i più grandi cantanti metal di sempre, stile inconfondibile e originale (anche se secondo alcuni, non pochi, alla lunga stufa. Hanno sicuramente la loro fetta di ragione)

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  20. Una risposta che non sono certo di saper dare, ma farò del mio meglio. L’opera dei Death è stata fondamentale per la frangia estrema, al pari di quella dei Metallica o degli Iron Maiden in campi meno estremi del metal.

    La trasformazione da adolescenti casinisti fissati con film splatter e horror lascia il posto negli anni a una riflessione più profonda sul dolore e la sofferenza. Di pari passo, aumenta anche la capacità di costruire pezzi sempre più elaborati, in alcuni casi ostici da suonare.

    Schuldiner è la mente fondamentale dei Death, poi i contributi dei singoli non saprei quanto abbiano influito. Sicuramente erano strumenti per fare delle idee di Chuck qualcosa di concreti. In questo senso direi che il paragone più immediato siano i Bathory, altra band essenziale per il metal estremo.

    Sulla questione album fondamentali, la faccenda è dibattuta. In genere si evidenzia l’impatto che ebbe Human nel conferire al Death una musicalità che spesso latitava, ma altri prediligono le spinte progressive degli ultimi album, che hanno ampiamente influenzato i più tecnici fra i deathster. Credo che i Death non abbiano mai composto un Reign In Blood o un Master Of Puppets, tanto è stata irruenta e continua l’evoluzione sonora. In genere credo che Scaruffi sminuisca molto metal, senza considerare adeguatamente persino i grandi padri Black Sabbath. Onestamente credo che Human o Individual Tought Patterns o Symbolic siano opere molto importanti per gli anni 90 metal, che mancano dell’eccezionale creatività trasversale di uno Slow Deep And Hard ma che poco hanno da invidiare come importanza a un Roots o un Demanufacture.

    Per quanto riguarda i Deftones, sempre colpevolmente da recuperare, ma leggo con grande interesse il tuo commento! Grazie!

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  21. Marco ha detto:

    Signor Nano buongiorno, nel tempo libero ho scritto una mia recensione degli Yes, uno dei miei gruppi prog preferito. Anche visto che tu non ne hai ancora scritto una sulla loro discografia, spero tu riesca prima o poi il tempo di leggiucchiarla, e magari prenderne un minimo di spunto, o di commentarla un attimo, stroncarla in maniera brutale, che ne so.. ma intanto di mostro con piacere la mia umile analisi:

    Gli Yes sono stati tra le più grandi formazioni prog-rock di tutti i tempi. Coevi dei King Crimson e dei Genesis, se il punto di forza di questi era spesso la magniloquenza sonora, gli Yes puntavano piuttosto sulla tecnica ma con risultati artistici comunque notevoli.

    I leader Jon Anderson (cantante) e Chris Squire (bassista e seconda voce), entrambi fan dei Who, si avvalgono di Peter Banks (chitarrista), Tony Kaye (tastierista) e soprattutto di Bill Bruford (batterista di impostazione jazz) per registrare il primo album omonimo.

    Da YES (lug. 1969) traspare una produzione scadente, ma anche gli ottimi gusti melodici dei cinque musicisti. Beyond and Before è già un loro manifesto: la voce limpida di Anderson è supportata da un ricco arrangiamento strumentale, ora chiassoso ora più calmo. Altri brani ben concepiti sono le energiche Looking Around e Every Little Thing; l’ottima preparazione tecnica è sfoggiata anche in I See You, cover di un umile brano dei Byrds, qui trasformato in un’ impalcatura di armonie vocali che degenera in una piccola jazz session dove spiccano chitarra e batteria. Harold Land è più incompiuta; va meglio con le corte e dolcissime Yesterday and Today e Sweetness, che non hanno nulla da invidiare alle canzoni d’amore dei Beatles. Si tratta di un’esordio allegro e fantasioso, che lascia intuire il potenziale della band. 6.5

    TIME AND A WORD (lug. 1970) vede la collaborazione con un’ orchestra e conferma le loro abilità come arrangiatori. Then ed Everydays (ottimo contrappunto Yes/orchestra, sonorità più cupe, scorribande prog-rock-jazz, tranquillità) sono i primi momenti degni di nota, ma No Opportunity e The Prophet non sono poi così minori; Time and a Word è un’altra bella melodia. Astral Traveller vede una voce filtrata, una linea di basso funk , tastiere e chitarra che alternano partiture vorticose a ritmi sincopati, tutto perfettamente amalgamato (è forse il brano migliore). Il dosaggio molto intelligente degli arrangiamenti orchestrali fa sì che esso non incida quasi mai negativamente sulla godibilità delle canzoni. 6.5/7?

    Gli album commercialmente vanno piuttosto male, ma proprio quando potrebbero sciogliersi Banks viene sostituito da Steve Howe (stilisticamente più completo e uno dei grandi chitarristi del rock), che ottiene una certa prominenza anche in ambito compositivo, e il quintetto prosegue.
    THE YES ALBUM (feb. 1971) tenta una dilatazione dei brani, infatti conta di quattro mini-suite e due brani più corti che hanno tutto l’aspetto di riempitivi. Yours Is No Disgrace in apertura è anche la canzone migliore: un ritornello orecchiabile e i vortici pianistici di Kaye (anche Squire è coprotagonista) si alternano e si intrecciano bene, ottimi anche gli intermezzi strumentali. Purtroppo gli altri brani danno spesso idea di dilungarsi oltre il necessario: I’ve Seen All Good People è un po’ banale per i loro standard e la parte migliore di Perpetual Change è l’incipit, con la sua curiosa alternanza battere/levare, il resto non è poi così brillante. Starship Trooper non fa di meglio, dovrebbe essere la loro canzone “cosmica” ma la verità è che Astral Traveller conteneva idee migliori e durava meno. Chiaramente l’intento della band era evolversi verso uno stile più adulto, ma manca ancora di maturità in questo senso. I virtuosismi di Howe (tra quelli degli altri) tentano di mettere delle pezze, ma l’album rimane piuttosto noioso. THE YES ALBUM è spesso considerato il primo capolavoro degli Yes, e fu il loro primo successo commerciale. 6

    La maturità compositiva giunge però in fretta, e i leader decidono che Kaye non è più il tastierista per loro: acquistano quindi Rick Wakeman, col senno di poi un musicista decisamente più adatto allo stile dei lavori successivi.

    Visto il crescente prestigio della band (e l’assunzione di un manager più competente), gli Yes possono finalmente godere di una produzione eccellente, ma questo è solo uno dei fattori che resero FRAGILE (nov. 1971) un album così ben riuscito. Roundabout è il loro primo capolavoro, eccezionale fin dal celebre incipit di chitarra spagnola, preceduta da una nota di tastiera registrata al contrario, che prepara la scena alla coppia ritmica basso/batteria e al canto, con melodie e stacchi a dir poco vincenti; un breve momento di tranquillità, per poi esplodere in un’alternarsi di assoli tastieristici/chitarristici, e infine spegnersi con la chitarra solista iniziale, il tutto in un clima allegrissimo che disorienta e stordisce: tanta complessità era del tutto inedita per un brano così festoso e orecchiabile; Wakeman e le sue sfavillanti tastiere sguazzano nella musica con grande eleganza ed efficacia. Roundabout è una gemma del prog tutto. Wakeman ci ricorda le sue origini classiche con una rivisitazione di un brano appunto classico, Cans And Brahms; We Have Heaven, serafico intreccio vocale degno dei migliori Beach Boys, è reso sinistro da un paio di battiti minacciosi e poi da una voce filtrata, per finire di colpo con la chiusura di una porta scricchiolante e passi che si allontanano (concezione assolutamente geniale). Senza perdere tempo, ci si imbatte nel funk accattivante di South Side Of The Sky, un altro capolavoro, che sfuma in un emozionante melodia pianistica; a poco a poco ricompaiono batteria e coro (e qui parte un’altra delle loro armonie vocali più riuscite, che con gli altri strumenti forgiano un’atmosfera unica) e, infine, il tema principale. La competenza tecnica/stilistica che oramai li contraddistingue rende gioiellini anche i brani più umili, come dimostrano la spassosa Long Distance Runaround e il breve viaggio psichedelico di The Fish, dove un’atmosfera rilassata occulta in parte i virtuosismi di Squire. Heart Of The Sunrise, il gran finale, vanta dapprima raffinate scale ascendenti/discendenti di chitarra e basso suonate con l’energia di un hard-rock, poi un susseguirsi di momenti atmosferici e simpatici sketch; inoltre negli intervalli più tranquilli si può apprezzare il bel canto di Jon Anderson, ormai un pezzo forte della band. Nella versione CD compare anche America, un riarrangiamento (altri dieci minuti) della canzone di Simon & Garfunkel, che lungi dall’essere un brano superfluo è un altro ottimo riassunto di ciò che gli Yes e il prog sono capaci di fare. In FRAGILE gli Yes possono ormai dirsi un supergruppo sia a livello tecnico che compositivo. In FRAGILE i brani più lunghi hanno una complessità ma soprattutto una compiutezza che in YES ALBUM non possedevano neanche lontanamente. Le tastiere di Wakeman sono impeccabili, ma in verità è proprio la maturazione compositiva degli altri a determinare il balzo in avanti. Sovente sezioni di brano (ma vale anche per Five Percent For Nothing) hanno l’aspetto di esercizi da manuale, come se la band volesse imporre/imporsi un nuovo standard di qualità di esecuzione. 8

    Un grosso lavoro sia di produzione che di scrittura porta a CLOSE TO THE EDGE (set. 1972), agognata meta del loro percorso da perfezionisti. La suite moderna posta in apertura, Close To The Edge, è il loro capolavoro definitivo. Suoni della natura in un’aura di misticismo emergono gradualmente dal silenzio, fino all’esplosione di un notevole assolo dissonante di Howe accompagnato dal caos controllato degli altri musicisti; una gentile (e memorabile) melodia di chitarra fa da preludio al il vero corpo del brano: una giostra di ritmi dispari e paesaggi sonori che fanno da tappeto alla struttura rigida del canto (Down at the edge, round by the corner, close to the edge, down by a river). I testi di Anderson vantano parole evocative e foneticamente perfette per accompagnare il susseguirsi delle melodie, formando un meraviglioso intreccio (qui sta l’ennesimo trionfo). Di colpo l’energia si spegne in un’atmosfera più calma, impreziosita magistralmente dal canto e cori e dalla maestosa entrata di un organo da cattedrale. Nella successione dei quadretti la band non sbaglia una virgola: ora la riproposizione schizoide del tema iniziale, ora uno scenario vorticoso con superbo assolo di Wakeman, fino ad arrivare al grandioso finale, dove il brano finalmente si libera dell’energia accumulata e riposa, simile a un gigante che si addormenta. Tra le varie notevoli suite del progressive, Close To The Edge è senza dubbio la più perfetta. Tutto è davvero al suo posto, ogni nota è funzionale al brano, maestosità e stranezze sono proposte con un eleganza tale da impreziosire il quadro generale senza rovinarlo. Dopo un brano di simile caratura sarebbe facile ripetersi o perdersi per strada; gli Yes non lo fanno e anzi propongono altre due notevoli composizioni. La prima, And You And I vanta un eccellente alternarsi di atmosfere da meditazione (silenzio e chitarra acustica), un folk accogliente e sezioni maestose e imponenti; i protagonisti indiscussi sono qui Howe, Wakeman, e Anderson, che cedendosi l’un l’altro il comando compongono altri dieci minuti di meraviglia in musica, pieni di particolari. La razionalià dei brani precedenti impreziosisce il canovaccio alla YES ALBUM di Siberian Khatru, che torna in territori più ballabili; è comunque su un altro pianeta rispetto YES ALBUM. La macchina ritmica Squire/Bruford, raffinata e cangevole, si conferma come una delle più memorabili del rock. Il brano conta inserti tastieristici di stampo classico e intrecci vocali fra i più riusciti della carriera; ma Siberian Khatru è soprattutto il brano di Howe, un’impressionente tour de force di chitarra, ora intricato accompagnamento ora assolo. CLOSE TO THE EDGE è l’album più perfetto del prog. Forse non il migliore, ma sicuramente il più perfetto. 8.5

    Prima dell’imminente tour, però, Bruford abbandona la nave per unirsi ai King Crimson, privando così gli Yes di un eccellente batterista, creativo e raffinato. Al suo posto viene assunto Alan White, dallo stile più canonico ed energico, che diventerà un membro stabile.

    Spendo due parole su YESSONGS (mag. 1973), live contenente i brani più importanti tratti dagli ultimi tre album (grande assente South Side of the Sky), che seppur registrato malino (a tratti somiglia a un bootleg) ha senz’altro parecchie emozioni da dare ai fan. Gli Yes infatti si rivelano anche un’ottima band dal vivo, senza paura di allungare la struttura dei brani, nonché con un’energia capace di anche i brani da YES ALBUM; Close to the Edge è però penalizzato dalla registrazione. Perpetual Change e Long Distance Runaround/The Fish sono dal tour del ’71, quindi vedono addirittura Bill Bruford alla batteria! Album dal vivo interessante e avvincente, lo consiglio ai fan del prog in generale. Il MADE IN JAPAN del prog. Consigliato.

    Jon Anderson dà sfogo alle sue manie di spiritualità in TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS (dic. 1973), doppio album composto da una suite per lato per un totale di ottanta minuti. Causa troppo poco materiale per un doppio, i brani furono diluiti e allungati fino ad ottenere un risultato agghiacciante. Il crescendo di cori all’inizio di The Revealing Science of God (Dance of the Dawn) sembra promettere bene, se non che il brano si incarta in continuazione su passaggi vocali poco originali. Verso la fine si materializza una sezione strumentale più aggressiva, ma purtroppo invece di svilupparsi viene soppressa da i cori, oramai fastidiosi. Questi difetti sono però nulla rispetto a The Remembering (High the Memory), dove le pur armoniose melodie iniziali non si sviluppano mai, andando di fatto a formare un riempitivo clamoroso (e venti minuti di noia non son pochi). In effetti si ha l’impressione che ogni brano sarebbe potuto essere accorciato di una metà buona. The Ancient (Giants Under the Sun) offre alcuni passaggi più insoliti (anche se in certi punti Wakeman somiglia pericolosamente al Keith Emerson meno ispirato), ma le parti più godibili sono quelle dove suona Howe da solo; Jon Anderson, la cui voce fino al disco precedente era uno dei punti di forza degli Yes, qui è perfino inopportuno: con molti aggiustamenti e tagli Ancient poteva essere una buona suite strumentale. Ritual (Nous sommes du soleil) vede un guizzo di genio dal minuto 13° al 16°, un impeto di rabbia collettiva seguito da un percussionismo nervoso e suoni spaventosi; il resto del brano è tristemente soporifero. Trovo incomprensibile che questo album la cui parte migliore è la copertina sia da qualcuno considerato la vetta artistica del gruppo: se già gli ELP avevano precedentemente reso noti alcuni dei lati peggiori del progressive, TALES contribuisce con brani inutilmente ambiziosi, autocompiaciuti, inconcludenti e noiosissimi. Da evitare. 5

    RELAYER (nov. 1974) vede Patrick Moraz alle tastiere. The Gates of Delirium è un’altra suite di venti minuti, ma rappresenta un grande recupero di ispirazione. Su armonie orientali si costruisce un primo sound caratterizzato sì da un’armoniosità di fondo, come in TALES, ma da cui emergono comunque le personalità dei singoli musicisti (come in CTTE); l’interessante intreccio prosegue incattivendosi un po’ alla volta (perfino i cori appaiono più affilati), fino ad approdare ad una tanto attesa sezione strumentale severa, complessa e spettacolare, organizzata seguendo un approccio elegante e personale; Anderson non poteva esimersi da un dolce appendice di sei minuti, tutto sommato un degno finale per una suite che da sola vale più di tutte le quattro di TALES. Altra gradita sorpresa è Sound Chaser il loro brano più scatenato da inizio carriera, dove ritmi epilettici e selvaggi si alternano a passaggi appena più canonici andando a formare un pezzo imprevedibile (e il Cha Cha Cha, Cha Cha è da applausi); è sempre prog, ma spinto ai limiti estremi del genere, resta forse però troppo confuso per potersi dire “memorabile”. To Be Over per contro è fin troppo gentile con l’ascoltatore, è di una melodiosità piacevole ma forse anche troppo insistita. 6.5

    Dopo tre anni la band torna con Wakeman per registrare GOING FOR THE ONE (lug. 1977), il primo album a fare a meno della produzione di Eddie Offord (quello che creò la nota al contrario in Roundabout e gli uccelli/ruscelli/insetti in Closet o the Edge). Se RELAYER vantava una sana voglia di rinnovare ed espandere il repertorio prog, in quest’album essa manca quasi totalmente. I brani più brevi (anche Turn of the Century) hanno poca personalità e poche idee. Awaken, la nuova suite stavolta di 15 minuti, si perde in sonorità vagamente VanDerGraaffiane, intervalli pianistici o chitarristici e cori rilassati, all’insegna di una monotonia insopportabile; non ha nulla a che fare con la potenza di Close to the Edge o di The Gates of Delirium. I grandi difetti dell’album sono una generale povertà di idee (da questo a FRAGILE c’è un abisso) ma anche una produzione di una pomposità spropositata, che va a rovinare anche i momenti migliori. 5

    Sempre la produzione grava sul già di per sé mediocre TORMATO (set. 1978). Brutto segno che il riempitivo classicheggiante Madrigal sia più piacevole da ascoltare di Future Times/Rejoice e della (banale) hit Don’t Kill the Whale, ma Arriving UFO batte strade inconsuete, con buon risultato s’intende, mentre On the Silent Wings of Freedom è un nuovo momento di ispirazione colletiva (gli assoli di Wakeman e di Squire alla fine sono un piacere, rispetto alla media dell’album). Circus of Heaven è incompiuta e Onward non sa di niente. 4.5

    DRAMA vede la formazione stravolta, con i componenti dei Buggles chiamati a sostituire Anderson e Wakeman. Finalmente gli Yes tornano a suonare prog ma il risultato è comunque molto modesto. Sì perché anche i brani più complessi come Machine Messiah hanno ben poco da raccontare nella storia del prog, mentre quelli più umili come White Car, ben poco hanno da dire anche al fan più accanito. In alcuni momenti si torna comunque a livelli di perfezione (?) formale anche se diluita in troppi momenti minori. 5

    In 90125 e BIG GENERATOR gli Yes si lasciano andare a canzonette del synth-pop/dance più corrivo, ben confezionate e con alcuni momenti gradevoli, ma fondamentalmente vuote di contenuti. Alcuni fans considerano il primo dei due un capolavoro e l’altro un vergognoso episodio commerciale e del tutto privo di ispirazione. La verità è che la qualità degli album è simile, con la differenza che 90125 contiene Owner of a Lowner Heart, brano dance colto, avvincente, a tratti persino violento (l’assolo artiglio del chitarrista è eccezionale per un brano dance) che rimarrà l’ultimo piccolo capolavoro della band. 5 a 90125, 4.5 a Big G.

    Mi fermo qui anche perché in fondo il resto della carriera degli Yes resta trascurabile e mediocre, con imbarazzanti periodi senili ed altri corrivi non meno inutili. L’eccezione è stata MAGNIFICATION, album denso di arrangiamenti classici ma anche con diversi momenti eleganti, di sicuro superiore a DRAMA. E’ significativo che l’ugola di Jon Anderson sia ancora in splendida forma dopo più di trent’anni di carriera, e insomma questo è l’unico album dell’ultimo periodo degno di una sufficienza.

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  22. Marco ha detto:

    Aggiungo che non ho recensito nulla dell’ultima parte di carriera poiché sono sinceramente convinto che al confronto i primi due album siano nei fatti molto più godibili. E album degli 80, 90, 00 e 10 suonino meno freschi di album del 69 e del 70, la dice lunga. Passo e chiudo

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  23. Marco ha detto:

    Prego, mi fa piacere che tu l’abbia trovata interessante! Ma dimmi, sono troppo curioso, c’è qualche grossa discrepanza tra un quello che penso io e quello che pensi tu, anche solo riguardo a qualche brano? Cioè vedi, tutti (compreso l’Esimio Scaruffi) sono d’accordo nel considerare YES ALBUM come il primo loro lavoro degno di nota, ma francamente l’ho sempre trovato noioso (da lì a Fragile per me c’è una muraglia cinese), e ho sempre trovato i primi due album molto carini e divertenti, insomma ben più godibili, anche se mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua a pensarla così. Che dici, sono io il matto?

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