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Sanremo 2020: La Guida Per Parlarne Senza Guardarlo

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Io, ogni anno, a Sanremo

Il proposito è dei più semplici: permettervi di conoscere tutto quello che serve per parlare – con parenti, colleghi, amici, emeriti sconosciuti – di Sanremo 2020. Grazie a questa Guida Per Parlarne Senza Guardarlo vi eviterete tutto quello che è palloso del Festivàl, avendo però tutti gli elementi necessari per dire la vostra su tutto quello di interessante – perché c’è sempre qualcosa di interessante – che succede prima, durante e dopo la kermesse. Dato che se state leggendo questa Guida in voi domina la pigrizia, o quantomeno scarseggia la pazienza, ho organizzato tutto per argomenti, in ordine alfabetico, costruendo un ordinato abbecedario del cringe, della locura, del trash del più importante, infame, famoso evento musicale italiano.

Alberto Urso: per gli amici, semplicemente Barbarad’, ha il curriculum dell’orchite sonora. Tenore, polistrumentista, 22enne con il brio di un paralitico morto nel 1994, vuole diventare il nuovo Bocelli, anche se nessuno sul pianeta Terra desidera una simile catastrofe. Il testo sembra scritto col vocabolario di uno studente che sta imparando l’italiano come quarta lingua, ma è uno studente delle elementari. Per capirci, ci sono le rime in “ire” e nel dubbio “est” non rima con niente. Già alla prima serata però, disattende noi cinici e si esibisce leggiadro come un documentario sulle foibe, che riesce a fare quasi peggio de Il Volo, a confronto più moderni. Dalla regia suggeriscono: “sembra un Bocelli, ma vedente e con mille difetti di pronuncia”. Arriva fin troppo in alto, sospinto dalla marmaglia di Amici. Criminale.

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“Ti interessa fare belle canzoni?”

Achille Lauro: ce l’ha fatta a tutti con “Rolls Royce”, un trapper che fa il miglior brano rock del Festival 2019. Il testo è imbarazzante, lui sembra aver preso 20 anni in un lustro scarso, ma rimane il massimo della trap che si può fare a Sanremo, cioè zero. In compenso è un personaggio che quando si esibisce svernicia tutti gli altri: stona, ma tiene il palco e ogni sera si veste da un personaggio diverso. Fa esplodere dall’interno il mondo gossipparo di sanremo, tenendosi sempre sull’orlo dell’accettabile: sembra Vasco Rossi dei tempi d’oro, ed è più genuino di tanti altri provocatori della domenica, fin troppo scordinati e volgari.

Alketa Vejsiu: conduttrice albanese …bellissima, è in quota extracomunitaria e in quota sesso debole quindi vale doppio. Se fossimo agli Oscar, praticamente avrebbe già vinto, ma siamo a Sanremo quindi passerà inosservata o quasi. Inoltre è bellissima, non so se ve l’ho già detto.

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Un presentatore intellettuale.

Amadeus: Amedeo Umberto Rita Sebastiani è la nappa più famosa della televisione italiana, e inoltre ha un grande naso. Esce dall’utero materno in quel di Ravenna, diventa dj su Radio Deejay grazie al solito Cecchetto e poi fa il presentatore per Rai, Mediaset e probabilmente se glielo chiedete vi piscia pure i cani a voi, dietro lauto compenso. Sposato per 14 anni, ha infine ceduto agli ancheggiamenti di Giovanna Civitillo e alla sua “scossa”, principale causa di eiaculazioni in fascia pre-serale degli anni Zero. Tifa inter, è daltonico, odia la cipolla. Il 2 agosto 2019 viene annunciato che sarà lui il direttore artistico e conduttore di Sanremo, così che Baglioni possa fare come se stesso. Dopo aver condotto quella poracciata di Sanremo Giovani a dicembre, il 14 gennaio ha dimostrato di essere un professionista consumato cannando completamente la conferenza stampa. Trovatosi costretto a presentare una squadra di calcio di donne co-presentatrici, co-conduttrici, co-co-dé ha ripetuto 121 volte la parola “bellissima” semplicemente perché “fregna” non sembrava altrettanto elegante. Quando s’è trovato a presentare l’emerita sconosciuta, Francesca “Mi Bombo Valentino Rossi” Sofia “Nonostante Lui Abbia Sei Volte La Mia Età” Novello decide di citare quella spregiudicata maschilista di Virginia Woolf e dice di “averla scelta per la bellezza [eridaje] ma anche per la capacità di stare accanto a un grande uomo, stando un passo indietro”. La frase ha suscitato numerose reazioni, sempre proporzionali alla gravità della faccenda di cui stiamo parlando, e sui social portando il conduttore è stato costretto a scusarsi dicendo che quel passo indietro si riferiva alla scelta di Francesca “Boia Se Non Era Per Questo Manco Sapevi Chi Ero” Sofia “Comunque Mi Piace L’Uomo Ricco” Novello di stare lontana da riflettori che inevitabilmente sono puntati su un campione come Valentino Rossi. Abbiamo così appurato che se non ricordi ogni volta che lo nomini che Valentino è un campione ti cascano le palle, altrimenti non si capisce perché tutti si sentano in dover di dirlo meccanicamente, inesorabilmente. In tale occasione Amadeus ha anche ricordato a tutti che comunque le donne sono soprattutto belle, bellissime. E che Valentino Rossi è un campione. Partito col piede giusto, Amadeus ha comunque gioco facile a risultare meno imbolsito, botolinoso del compianto Claudio Coglioni Baglioni. Alla prima serata si presenta vestito da palla di Natale mutata in croupier. È uno stile che porta avanti di serata in serata, dopo che sciogliendosi si scopre collateralmente anche imitatore di Celentano e persino della De Filippi. Porta a casa share da record, che è poi il metro su cui misurare davvero la conduzione di un programma come Sanremo.

Anastasio: è un nome bruttissimo, ma almeno di cognome non fa “Gualazzi”. Presenta “Rosso di rabbia”, una canzone su come mi sento quando mi rendo conto che senza di lui sarebbe tutto durato un po’ meno. La sua canzone ricorda da vicino il nu-metal, e quando non lo fa sembra un avanzo di Caparezza. Lui però ce la mette tutta, e pur giovanissimo fa una bella figura nella prima serata. Dalla regia ci dicono: “bello de mamma!”.

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“Non è un sapone”

Antonella Clerici: meglio conosciuta come colei che dice “borra” sulla Rai, è godereccia, opulenta, gioviale. Insieme alla Venier (vedi) è la quota vecchie signore del mondo televisivo italiano. Tratta dimmerda Amadeus, ma lei può.

Bugo: si esibisce con Morgan con “Sincero”, formando l’unico duo del Festivàl. Per Cristian Bugatti è la prima volta a Sanremo, a differenza di Morgan che ha provato ad andarci già una volta (ma poi per dichiarazioni pro-droga venne cacciato) e c’è proprio salito nel 2016 con dei redivivi e dimenticabili Bluvertigo. Il testo è uno dei più interessanti dell’anno: “Volevo fare il cantante / Delle canzoni inglesi / Così nessuno capiva che dicevo”. Sul palco nella prima serata Bugo è un po’ ingessato, e veste una catastrofe di giacca con i lustrini, ma compensa l’esagitato Morgan che sembra ormai definitivamente afono. Dalla regia aggiungono: “Che peccato che Bugo abbia contratto un Morgan, gli auguriamo una pronta guarigione”. Ma il vero momento epocale arriva quando, forse presi dalla disperazione di arrivare potenzialmente ultimi, i due litigano aspramente e alla fine Morgan scrive un testo sostitutivo in cui insulta Morgan in Eurovisione: è subito meme, e diventa il video italiano con più view su YouTube nelle 24 ore. Leggendario.

Date: la 70esima edizione del Festival di Sanremo va in onda su Rai Uno dal 4 all’8 febbraio 2020. Niente San Valentino, quest’anno, ma per il resto è lo stesso periodo e sono sempre le solite cinque prime serate interminabili. La serata del giovedì è dedicata alle cover, il vero momento di pura locura.

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Diletta Leotta: protagonista indiscussa del fappening nostrano, il leak che ha cambiato la vita a tanti quindicenni single dalla mano prensile. Presentatrice prosperosissima, biondissima e… bellissima, varrebbe la pena di essere seguita su ogni social anche solo per i bellissimi commenti che riceve dall’ululante pubblico perennemente eretto, che le dedica seminali versi poetici a base di spregiudicate pratiche sessuali. A Sanremo le sue due famose gemelle sfidano idealmente quelle di Sabrina Salerno (vedi): è un quartetto Cetra della mammella che atterrisce ogni maschio fertile, drenandone ogni attenzione. Il suo monologo sulla difficoltà di essere una turbostrafiga davanti alla nonna è stato un momento che ha interessato le gonadi in modo inaspettato.

Diodato: non è una bestemmia, anche se sapere che la sua “Fai rumore” parla dell’incomunicabilità fa partire un po’ il Mosconi selvaggio. Canta sanremoso, ma te lo scordi subito. Inevitabilmente, vince. Scommettiamo su chi se la ricorderà fra 10 anni.

Donne: sono in tutto 10 quelle che affiancano Amadeus (vedi): Antonella Clerici, Diletta Leotta (vedi), Mara Venier (vedi), Sabrina Salerno (vedi), Emma D’Aquino (vedi), Laura Chimenti, Francesca Sofia Novello (vedi Amadeus), Georgina Rodriguez (vedi), Rula Jebreal (vedi) e Alketa Vejsiu (vedi). Sono tutte bellissime, stanno un passo indietro e una di loro riceve commenti sui social che farebbero arrossire John Holmes.

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Vacca

Elettra Lamborghini: il culo tatuato più famoso d’Italia, un quarto strappona da combattimento, un quarto autoironica ereditiera, un quarto regina del reggaeton-trappone italiano, un quarto l’eroina che porta a Sanremo Myss Keta (vedi) per una karaokata indegna e trashissima. Il testo è teribbile, ma tanto è tutta una questione di tatuaggi sui glutei e serata delle cover, con il sogno del twerk a Sanremo che sembra avverarsi. Non si sente quando canta, ma twerka un pochetto, e concordo con la regia… “È stato bellissimo!”.

Elodie: è la vera scoperta del pop italiano del 2019, anche grazie alla storia con Marracash e la loro “Margarita”. Ex-amicona di Emma “Eleganza” Ex-Marrone, ha persino fatto un singolo con Gué Pequeno e collaborato con la mitica Myss Keta (vedi). Il testo non è niente di che, e “Andromeda” sarà pure un titolo curioso, ma a me ricorda il più imbarazzante dei Cavalieri dello Zodiaco. Sexy, vagamente esotica, diversa dal modello della tipica popstar italiana, si gioca tutto a Sanremo 2020: o esplode adesso o rischia di implodere, e rimanere per sempre una meteora. Difficile staccarle gli occhi di dosso la prima sera, ammiccante e padrona del palco, con un vestito vertiginosamente scollato e una canzone irrequieta, che suona indiscutibilmente pop e ballabile mettendoci dentro pure quella dose di acuti sanremesi che fa contento il pubblico più attempato. La regia mi dice: “Elodici a me”

Emma D’Aquino: la dimostrazione che non tutte sono solo …bellissime, ma puoi anche essere una giornalista. A confermarlo c’è anche Laura Chimenti (vedi).

Enrico Nigiotti: ci ha parlato del nonno fischiante che piscia e parla di Livorno, quindi cosa può andare male questa volta? Con “Baciami Adesso”, un brano d’amore e dei baci, che inserirà in un album vergognosamente chiamato “Nigio”: lo chiamavano così alle medie, e infatti lo comperaranno solo 3 ex-compagni. Questa volta non piscia nessuno, ma dice che la sua ragazza è una “stanza”. Canzone ripetitiva, lui sembra un Grignani meno fortunato. Sull’assolo la regia dice “è proprio la sega finale”.

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Quando scopri che ti stanno puntando i cecchini, ma devi esibirti.

Francesco Gabbani: è il Marco Columbro che tutte le trentenni si vorrebbero fare e “Viceversa”, che è poi anche il titolo del suo brano sanremese. Forte il rischio di andare a vuoto, dopo la clamorosa vittoria di “Occidentali’s Karma”, e invece indovina una filastrocca dolce e simpatica, eccezionale. Speriamo bene, ma in radio sarà un successo. (Arriva solo secondo).

Georgina Rodriguez: vista la discussione nata dall’infelice uscita di Amedeus (vedi sopra), mi sento di definire la Rodriguez una che solitamente sta davanti a Cristiano Ronaldo, sovente a quattro zampe. Accompagnata dal figliastro Cristiano Junior, perché Ronaldo è un tipo poco autoriferito, Georgina “Mi Piace La Vita Frugale” Rordriguez sembra aver chiesto 140mila euro per partecipare. Per quanto mi riguarda, per quella cifra deve suonare la Nona di Beethoven sul palco dell’Ariston con dei peti vaginali. Sono sicurissimo, in ogni caso, che il fatto che sia l’attuale fidanzata di Ronaldo non esaurisca i motivi della sua presenza, perché è anche… bellissima.

Giordana Angi: dopo aver letto le statistiche annuali di Porn Hub, ha scritto “Come mia madre”, inizialmente intitolata “Young British Brunette Tag-team A Lucky Guy In College”. Racconta del rapporto fra madre e figlia, con quelle smancerie che traboccano buoni sentimenti ovunque. Uccidetemi adesso. Sul palco sembra un fake di Dolcenera. La regia dice “è la canzone che stimola la distrazione” e “è meglio la pubblicità dello yogurt”.

Irene Grandi: resuscitata dal cimitero del pop italiano, porta “Finalmente io”, un invito alla consapevolezza che speriamo le faccia capire che, come Zarrillo (vedi) e Masini (vedi), forse se non ce l’ha ancora fatta a vincere un motivo ci sarà. Scrive per lei Vasco Rossi, all’apice della sua creatività musicale se fossimo nel 1982 e io avessi meno 7 anni. Nella prima serata stupisce per due motivi: uno strabismo galoppante e misterioso che la vede socchiudere gli occhi come un eschimese miope; la grinta di una donna che prima della menopausa avverte la possibilità di concupire selvaggiamente. Rischia il ruzzolone, ma rimane in piedi e alla fine si candida virtualmente al podio. Rimane facciabbanana.

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Strana maschera.

Junior Cally: questo signore si chiama in realtà Antonio Signore, ma ha deciso comunque di darsi un nomignolo da scemo. A chi mi farà notare da precisino della domenica che omaggia il cantante giamaicano Junior “Lelli” Kelly chiedo di farmi sapere l’indirizzo di casa che così invio una pacco-celere di grazialcazzo. Prima di Sanremo 2020 lo si conosce per quella tamarrata senza appello di “Magicabula”, una canzone che sottrae 5 punti al tuo QI a ogni ascolto, e che rappresenta un dirty pleasure in cui indulgere quando ti senti troppo intellettuale. Si esibisce sempre con la maschera, così se il nomignolo da stupidotto non bastasse a far profumare tutto di Carnevale ci pensa il fatto che si veste come una comparsa di Suicide Squad, l’abominio DC famoso per la… bellissima Margot “Harley Quinn Ma Turbozozza” Robbie. L’ascesa al successo è così entusiasmante che l’album successivo si chiama “Ricercato” (’19): lo fa per facilitarmi nel mio articolo diffamatorio. A Sanremo ci arriva per il Festival di Amadeus (vedi sopra), già quindi con un tasso di estrogeni agitati che neanche al dancing bear con Jason Momoa. Il pubblico di Sanremo, vale a dire quel trasversale spaccato della società che porterà al governo la Lega di Salvini fra qualche mese, scopre così che, udite udite, a volte gli artisti hip-hop non dicono sempre che le donne sono… bellissime. Questo shock viene digerito a suon di articoli strillati sui principali quotidiani di riferimento dell’intellettuale destrorso di oggi. Il contenuto tipico di queste disamine è sostanzialmente che il Duce ha fatto anche cose buone, Orietta Berti era meglio e che non si capisce proprio perché uno debba avere anche il diritto, in una canzone, di non incorrere nella censura. Tralaltro, e ovviamente, la polemica si concentra non sul brano presentato al Festival, ma ad alcune vecchie, brutte, misconosciute canzoncine che Junior “Burlamacco” Cally ha pubblicato per farsi notare. Se contiamo che l’abbiamo pure visto senza maschera, di recente, io credo che non possa che prevalere un senso di profonda pietà per quest’uomo alla disperata ricerca di attenzioni. Per far meglio comprendere quanto sia addomesticata la ribellione di Junior “Pantalone” Cally, nella serata delle cover lui porta “Vado Al Massimo” di Vascoca Rossi. La discussione intorno a questo Giangurgolo del rap non potrebbe essere più sterile, che a confronto le donne di Chernobyl mollale. Sul palco arriva senza maschera, ed è il miglior rapper in gara a Sanremo. Ingiustamente relegato in zona retrocessione.

Laura Chimenti: è l’equilibrio giusto fra l’essere bellissima e non essere là perché si è solo bellissima.

Levante: il sogno erotico di ogni radical-chic, peccato che non ne incastri uno da “Alfonso”, cioè “Chevitadimmerda”. Ha poco più di trent’anni ma ha deciso di fare una maledetta canzone contro il conformismo del reggaeton, diventando parte di un gruppo di odiatori del reggaeton che conta appena 4 miliardi di persone. Mioddio, che imbarazzo. Si parla di donne (vedi) e di quanto siamo tutti speciali. Vado a vomitare, scusate. Rieccomi: il titolo è “Tikibombombom”… Cristo! Nel mondo che vorrei, arriverebbe ultima. Ma va a finire che vince il Premio Tenco (per fortuna poi no). È una leonessa gobba sul palco, ma nulla toglie che le palle enormi. Fa persino la cover di “Si Può Dare Di Più”, non lo so, difendetela voi.

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Anche i defunti si ribellano a Masini.

Marco Masini: e sempre tutti a dire che il Masini è un cantante ingiustamente tormentato, perché nessuno porta sfiga o cazzate del genere, ma nessuno che dice che bisognerebbe ignorarlo perché è più deprimente di un funerale all’orfanotrofio. Nona volta a Sanremo, che ha persino vinto nel 2004 con “L’uomo volante”, straziante storia di un lavoratore che sostituisce un pezzo meccanico. Sono trent’anni che fa musica, quindi ormai non c’è speranze che possa farcela davvero. La canzone si chiama “Il confronto”, quello che lui perderebbe se si facesse un paragone con qualsiasi altro cantante con tre decenni di carriera alle spalle. Nella prima serata è impeccabile, e uno quasi non nota che è identico a David Letterman e Dhalsim. Non riesce a arrivare in zona promozione.

Michele Zarrillo: parla di un porno lesbo fetish in “Nell’estasi e nel fango”. Ha partecipato 13 fottute volte, senza mai vincere fra i Big: a una certa è accanimento terapeutico. Nella seconda serata si dimostra insolitamente grintoso, con un pezzo che registrato renderà ancora di più. Dalla regia commentano: “sembra una matrioska”.

Morgan: vedi Bugo.

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Best GIF ever.

Mara Venier: idealmente, la zia che tutti vorremmo. Sbronzella, sessualmente spigliata, esageratamente divertente, ha troppi anni per rappresentare una possibile partner, ma è la più divertente delle 10 donne (vedi) di questo Sanremo 2020. A noi piace ricordarla come quella che ha festeggiato Capodanno con una dozzina di bicchieri di troppo, in diretta nazionale: inossidabile.

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Divina, pazzeska.

Myss Keta: la vincitrice morale del Festival, della vita, dell’Universo. Il fatto che abbia partecipato solo alla cover con Elettra Lamborghini (vedi) è un irrilevante dettaglio. Regina indiscussa dell’Altro Festival, e ci mancherebbe. Il trash di qualità.

Nuove Proposte: torna per la gioia delle nostre gonadi la sezione Nuove Proposte, con 8 fantasmagorici artisti in gara. Sono: Leo Gassmann con “Va bene così” (vecchiodentro ma bravone, infatti vince), Fadi con “Due noi”, Marco Sentieri con “Billy Blu”(che timbro, che look!), Fasma con “Per sentirmi vivo” (che sfonda su Deezer!), gli Eugenio in via di Gioia con “Tsunami” (una pagliacciata che temo farà successo), Gabriella Martinelli e Lula con “Il gigante di acciaio”, Matteo Faustini con “Nel bene e nel male” (NO), Tecla Insolia con “8 marzo” (8 palle). Statisticamente, le Nuove Proposte allungano a dismisura le serate e triplicano la noia. Sono imbarazzanti, tristi, umilianti e il tasso di quelli che poi riescono a far carriera da questo trampolino pietoso è, forse, del 2%.

Ospiti: quello musicale fisso è Tiziano Ferro, in tutte e cinque le serate. Il suo obiettivo è tornare a pesare 111 chili, ma senza avere la pancetta: per questo sembra un The Rock gonfiato di steoroidi ma con la voce bellissima. Grande attesa per i “Ricchi e Poveri”, per portare quella ventata di novità che proprio ci vuole in questa edizione numero 70, e soprattutto Al Bano e Romina, cioè la coppia d’oro del trash canoro Fra gli ospiti internazionali, nulla sembra ricordevole, a meno di non voler festeggiare per l’arrivo in Liguria di Lewis Capaldi. Hanno rinunciato Salmo (per non rovinarsi la carriera, probabilmente) e Monica Bellucci (per non dover sfigurare davanti a Myss Keta – vedi). C’è anche Roberto “Olocausto Da Oscar” Benigni, che parla per 45 minuti di una poesia, ad affiancare un’infinità di personaggi televisivi e cinematografici di dubbia fama, mischiati a qualche pezzo grosso.

Paolo Jannacci: figlio di Enzo, è il Bublé italiano, cioè stagionale (lo vedi solo al Festival) e diverte solo per 2 minuti l’anno. Rientra nella stessa categoria di Raphael Gualazzi (vedi), ma a differenza di quest’ultimo non ha sa suonare il pianoforte. Ha 130 anni, a giudicare dalla vecchiaia che irradia. Sembra un uomo-pesce di Innsmouth, dice la regia.

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Guida spirituale.

Piero Pelù: è il J-Ax dei rocker, cioè uno che dopo la fine della band originaria non ne ha indovinata mezza per sbaglio. Stendiamo un velo pietroso sul periodo solista-bomba-boomeranga-ua-ua, anche il ritorno con i Litfiba è stato un giro di schiaffi dati da Gianni Morandi, peraltro sferrati mentre stava mangiando. Ha 40 anni di carriera ma gli ultimi venti non ho ancora capito se vanno nell’umido o nell’indifferenziata. È uno la cui cosa più interessante che ha fatto ultimamente è stato farci sapere che aveva i capelli sudici come lammerda. La canzone “Gigante” è la risposta alla domanda “ma hai per caso fatto una figura di merda a abbandonare i Litfiba?”. Ovviamente ci spaccherà gli zebedei in ogni intervista con la sua fissa impegnata del momento, cioè l’ambientalismo, ma da uno che crede alle scie chimiche cosa vuoi aspettarti? La canzone la canta imitando se stesso, e sembra uscito dal 1998. Grinta da vendere, ma ospizio consigliato.

Pinguini Tattici Nucleari: sono gli Elio e Le Storie Tese ma indie-pop e indie-rock, quindi molto peggio. Nonostante questo, sono la band che porta il maggiore divertimento sul palco del Festival, anche e soprattutto con l’assurda proposta del medley per la serata delle cover. Il brano in gara, “Ringo Starr”, prende il batterista dei Beatles come un modello esistenziale. Non mancano le citazioni dei Fab Four. Mi auguravo buon posizionamento, in top 5, anche se il pezzo fa molto chiasso senza andare sempre a segno. L’esibizione è comunque un gran carnevale e alla fine sono arrivati clamorosamente terzi.

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L’unica polemica che vogliamo!

Polemica: è il vero motore di ogni Festival che si rispetti. Quest’anno le principali riguardano Junior Cally (vedi sopra), Amadeus (vedi sopra), Georgina Rodriguez (vedi sopra) e ovviamente i compensi.

Rancore: è quello che provo per la Rai ogni volta che arrivo alla fine della settimana di sanremo, ma è anche lo pseudonimo di Tarek Iurcich, già accapato a Sanremo per un duetto non accreditato con Daniele Silvestri con cui vince il premio della critica oltre a una targa Tenco. Per farvi capire, è un rapper che nel 2012 usa gli strumenti dal vivo e ce lo fa sapere, mandando a puttane ogni tentativo di emanciparsi dal passato (e no, non è esattamente il corrispettivo dei The Roots ma romano). La canzone si chiama “Eden” e parla di un Festival di Sanremo con le migliori formazioni e i migliori artisti degli ultimi vent’anni, che finalmente si esibiscono senza che una delle donne (vedi) o degli ospiti possa interrompere in continuazione. Oppure no, parla e straparla della storia dell’umanità (ggiuro!) citando a buffo eventi storici, manco fosse un frullato di sussidiario delle medie. È velocissimo nel suo rap, ma perché 2000 parole da infilare in 3 minuti? La regia dice “il Cristicchi del 2020”.

Raphael Gualazzi: vive all’Ariston e lo scongelano quando serve un altro Campione per arrivare al totale. Scompare con la stessa velocità, di solito. Porta “Carioca” perché “Faber-Castel” non ci stava in metrica. Il brano, presentato nella prima serata, è molto vivace, e poi vedere lui pingue e vestito come un Elton John frammisto Al Bano fa molta simpatia. La vera notizia è che la sua canzone è una delle più divertenti, anche perché nella prima serata lui suona il pianoforte e canta con la giovialità di uno che ha appena fatto un foursome durato 4 ore mentre si ubriacava di droga.

Riki: presenta “Lo sappiamo entrambi”, la risposta seccata alla domanda “Secondo te piaccio solo alle ragazzine stupidine in tormento ormonale?”. Anche lui esce da Amici, di Maria De Filippi ma non della musica. Per capirsi, il suo manager è Francesco Facchinetti, celebre per essere la persona che è riuscita a dimostrarsi incapace di sfondare nonostante le 14mila spintarelle di babbo-Pooh. La canzone è una lagnata che lui canta emozionatissimo, poverino. Alla prima esibizione trema, e anche noi nel temere di sentirla in radio. Fa una figura barbinissima, arriva ultimo e chiede persino al proprio pubblico di non votarlo: umiliazione.

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Layers

Rita Pavone: per gli amici, Rita Dodo, anche se deve ancora estinguersi. Torna dopo 48 anni a Sanremo, cioè l’ultima volta che era concorrente all’Ariston Rocco Siffredi non aveva ancora scoperto la patonza. Ha 744 anni, da cui il titolo, ma nella trascrizione è saltato un numero. La canzone “Niente (Resilienza 74)” sembra un tentativo fra il coraggioso e il disperato di rientrare nell’attualità, dopo decenni di vita ai margini del mondo musicale. Per dire, nel testo usa anche strani costrutti alfabetici che si narra siano d’uso presso l’isola degli Ierni e degli Albioni. È la nuova Loredanona Berté? Peccato, perché si esibisce e le manca il fiato. Sceglie un pezzo troppo veloce per i suoi 744 anni, e così lo bofonchia. Dalla regia mi dicono: “Si chiama Niente perché non si capisce nulla”.

Rula Jebreal: giornalista e scrittrice palestinese, ma con cittadinanza israeliana e italiana che quindi per Matteone è una negra talebana. È una prova che non sono lì solo donne che fanno della bellezza il loro principale motivo di carriera, ma a noi che ce ne frega e parliamo solo delle polemiche (vedi). Straziante il monologo in prima serata, ma terribilmente efficace nell’uscire dalla banalità del buonismo dell’Ariston.

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Deligadissima

Sabrina Salerno: le tette degli anni 80 italiani, sulle molle di gambe saettanti. Capezzoloni ballerini, cucù generazionali che fanno capolino da striminziti top d’ordinanza. Ha fatto la storia dell’onanismo della generazione dei 70, poi è semplicemente entrata nella leggenda. Torna per ricordare a tutti che avrà anche una nappa più grande di Amadeus, ma riesce ancora a far alzare diversi uomini in sala. Sfida idealmente le due gemellone della Leotta (vedi).

Tosca: premio nome di battesimo di merda, vinse Sanremo con Ron e anche io speravo di incontrarla fra cent’anni, non prima. Envece, eccola a regalarci parole come “Perché se manchi tu manchi da morire / Perché amarsi è respirare i tuoi respiri”. È una cantante impeccabile, lo sapevamo già, ma che gigantesco tedio.

Vibrazioni: Francesco Sarcina ci ha provato, ma ha fatto peggio di Piero Pelù (vedi). Aveva una band che non valeva un decimo dei Litfiba, e di conseguenza la sua carriera fuori da Le Vibrazioni è stata… come la paprika usata al posto del borotalco per asciugarsi le terga. Alla fine è tornato all’infame ovile, e ora, tenetevi fortissimo: inizia il 17 marzo dal Teatro Golden di Palermo “Le Vibrazioni in Orchestra di e con Beppe Vessicchio”, un tour che non voglio perdermi per niente al mondo perché sono un autolesionista. Il titolo completo doveva contenere anche “il cazzo che me ne frega”, poi a causa della censura è diventato solo “Dov’è”. Previsto posizionamento deprimente in zona retrocessione, e invece alla prima classifica sono primi. Per fortuna rimangono fuori dal podio. Aiutati, forse, da un traduttore per sordi che gesticola come un casertano tarantolato col Parkinson, giustamente ribattezzato il nuovo Repetto, hanno comunque bucato lo schermo.

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Gli Artisti Del Millennio #83: GANG GANG DANCE

Gli Artisti Del Millennio #82: FOUR TET

Ci vuole coraggio a essere i Gang Gang Dance, statunitensi alternativi fra gli alternativi per i quali tocca scomodare un paragone con i sommi Residents. Psych-rock, ambient, hip-hop e elettronica sono l’imprevedibile e weirdissimo amalgama su cui canta Liz Bougatsos. Spesso autoprodotti e amatoriali, sono un feticcio per musicofili, un pasto ghiotto per i più voraci e curiosi. Triste declino a fine ventennio.

Dopo alcuni lavori autoprodotti e distribuiti in circoli ristretti, God’s Money (’05) spiazza con estesi e allucinati viaggi etno-elettronici suggestivi e angoscianti, che fondono lo spirito della musica world con un più recente linguaggio di sintesi fra generi. Brani come “Egowar”, “Before My Voice Fails” e “Glory In Itself / Egyptian” delineano un curioso universo sonoro reso decisamente più ballabile sul secondo Saint Dymphna (’08), molto meno cantato ma ancora più intrippato. È un magma sonoro che fonde stili sotto una spessa coltre di deformazioni percettive. Persino la critica drizza le orecchie, ed è significativo per un progetto così indefinibile, astratto, strambo.. Con “Glass Jar”, il brano di 11 minuti che apre Eye Contact (’11), scrivono il loro capolavoro, che con la fantasia orientale e dark di “Adult Goth” basterebbero a consigliare l’ascolto. In parallelo avviene una banalizzazione che Kazuashita (’18), un ritorno atteso ben 7 anni, non scongiura con ammicchi new-age francamente banali.

Gruppo per intenditori, qualsiasi cosa voglia dire nell’epoca che dal peer-to-peer ha portato allo streaming più o meno legale. Superano gli 80 di metascore con Eye Contact, che fa capolino alla posizione 150 delle classifiche inglesi: non esattamente un successo di pubblico.

⭐⭐⭐

Gli Altri Artisti Del Millennio: